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Un amico pubblico
Pubblicato il 2 Feb 2012
Marco Malvaldi

Un amico pubblico

Buongiorno.
Se siete qui, vuol dire che in qualche modo siete stati incuriositi dalla presenza di un blog del Malvaldi. Forse, quindi, sarete curiosi di scoprire per quale motivo uno che già scrive romanzi e impesta saltuariamente le pagine di alcuni prestigiosi quotidiani abbia bisogno di scrivere anche su un blog. Bene, questa paginetta è qui per quest'ultimo scopo.
I pezzetti che leggerete nascono dalla voglia di chiarire meglio, a me stesso prima che a qualcun altro, alcuni discorsi venuti fuori in maniera colloquiale nei vari dopocena alcolici in compagnia che ormai, passata da un pezzo la trentina, rappresentano la mia principale fonte di divertimento. Con le persone con cui mi trovo veramente bene affronto con piacere sia argomenti seri che argomenti insulsi, passando con etilica naturalezza dall’uno all’altro; e talvolta, nello sviluppo schizofrenico delle nostre conversazioni, mi rimane il rimpianto di non aver dedicato più tempo ad approfondire un argomento, oppure la convinzione che quello che ci siamo detti non sia banale e potrebbe interessare anche ad altre persone. Credo che questo capiti a molti; e sono convinto che tutti noi proviamo frequentemente il desiderio di far sapere al mondo quello che pensiamo su un dato argomento. 

All’inizio di un saggio sulla Divina Commedia, Jorge Luis Borges si rivolge al lettore dicendo  «Voglio confessarvi, visto che siamo fra amici e che non sto parlando con tutti voi ma con ciascuno di voi, la mia storia personale nei confronti della Commedia». Ecco, il punto è proprio questo.
Dal mio punto di vista, io ho sempre considerato lo scrittore come una sorta di amico pubblico, o se preferite un rompicoglioni seriale; una persona che non si vergogna di mettersi in piazza e di raccontare storie, aneddoti veri o inventati, singoli pensieri o quant’altro gli venga in mente, e che li racconta pubblicamente, senza curarsi di chi sia il destinatario. Se lo facesse verbalmente, bloccando tutti gli sconosciuti che gli capitano a tiro per bersagliarli di ricordi come faceva il vecchio marinaio di Coleridge o come fa mio padre, sarebbe catalogato immediatamente come pazzo e guardato con un misto di commiserazione e ansia per la sgradita possibilità che ci elegga a pubblico. Sì, vale anche per mio padre.
Lo scrittore invece non obbliga nessuno a prestargli attenzione, ma raccoglie le sue storie in volumi agili o mastodontici. Ognuno, se lo richiede, può prendere il volume in mano e leggere, oppure, se non gli va, lasciarlo lì e non curarsene: lo scrittore non obbliga il potenziale lettore a dargli retta. Saranno altri, casomai, a trovare quello scrittore necessario per la formazione del giovane e ad infliggerlo a schiere di studenti, a cui da decenni massacrano la borsa dei coglioni con le odi dedicate alle improbabili amiche del Foscolo (che, nonostante chilometri di versi in loro onore, rimanevano ferme nel loro proposito di non fargliela vedere nemmeno da lontano). Ma di questo obbligo, il povero scrittore non ha colpa.
Con uno scrittore, se ci piace quello che scrive, si può instaurare un rapporto che ha molti punti in comune con l’amicizia; si può aspettare con impazienza l’uscita del suo prossimo libro, magari lamentandosi per il ritardo. Si può dargli fiducia e comprarlo, anche se magari qualcuno ha detto che non è un granché. Si può litigarci, e smettere di leggerlo per una singola frase sbagliata, o che ci ha offeso. Se ne può parlare con altri amici, e trovarli simpatici o boriosi, o profondi ma pallosissimi, oppure un po’ troppo convinti di se stessi; insomma, proprio come le persone che conosciamo.
L’unica cosa che distingue questa relazione dall’amicizia è il fatto che la scelta è unilaterale. Il lettore sceglie gli scrittori da leggere, gli autori con le cui pagine completare o passare interamente le proprie giornate, i libri da comprare e mettere in bella mostra sulla libreria, o sul comodino, o da tenere al cesso. Il lettore sceglie.
Lo scrittore, no.
Non ha la possibilità di parlare solo con chi gli sta simpatico, o di evitare certi argomenti con le persone particolarmente suscettibili.  Non potrà evitare che le sue pagine vadano a finire in mano a gente che non toccherebbe nemmeno con una canna da pesca, e magari che questo personaggio ci si diverta pure. Non che questo lo freni, attenzione. Come si diceva prima, il nostro è talmente presuntuoso da pensare che quello che ha da dire non interessi solo ai suoi amici, o alla sua famiglia. Non gli basta. Lo deve dire al mondo intero. Più gente lo sa, meglio è.
Per fortuna, non potendo scegliere con chi parlare, lo scrittore ha però, talvolta, la possibilità di scegliere di cosa parlare. Talvolta, non sempre. Perché magari è costretto a scrivere di un certo soggetto per obblighi contrattuali. O magari perché ha scritto due o tre libri di un certo filone, con gli stessi personaggi, e per il timore di non essere riconosciuto e di non venire più invitato nelle librerie dei suoi lettori affezionati non se la sente di uscire dai vestiti usuali, anche se cominciano ad essere un po’ logori. Ma a volte, per fortuna, ha questa possibilità. Il che gli permette di approfondire un po’ l’amicizia di cui si parlava prima.
Da questo, quindi, nascono queste paginette. Oltre che dal fatto che, alla nona volta che raccontavo la stessa storia, qualcuno dei miei cosiddetti amici ha ritenuto opportuno suggerirmi di mettermi a scriverle, queste storie, e smetterla di asfissiarli una volta per tutte, sennò la prossima volta mi levano il piatto di sotto.
Ora, non è che io con questo blog pretenda di diventare vostro amico. Non so quanto vi converrebbe, tra l’altro: io mangio come un alluvionato, sono spesso a corto di contanti e la mia conoscenza del galateo è di poco superiore a quella di un boscimano.  Quello che voglio è, semplicemente, vedere se sono in grado di farvi trascorrere un’oretta tranquilla intrattenendovi con qualcosa di un po’ diverso; e, contemporaneamente, vedere se riesco ad evitare in qualche modo i devastanti effetti di quella subdola tossicodipendenza che è l’abitudine.
Le abitudini, si diceva; questi riflessi pavloviani dell’animo sono utili perché rassicuranti, e spesso anche necessarie. Automatizzando una parte del tuo comportamento, e relegandolo all’inconscio, il tuo cervello viene liberato dall’incombenza di pensare e concentrarti su di un dato gesto per compierlo. Questa meccanicità del gesto è, solitamente, la riprova che abbiamo imparato a fare qualcosa: dubito che chi legge, se ha la patente, debba pensare alla sequenza di atti – staccare il piede destro dall’acceleratore, premerlo sul freno, premere la frizione sennò la macchina si spegne, abbassare il finestrino, ricordare al guidatore dell’auto che non ci ha dato la precedenza i nostri dubbi sulla legittimità del suo cognome - necessaria per bloccare l’auto ad un incrocio.
Al tempo stesso, grazie al fornitissimo archivio di comportamenti precotti di cui l’esperienza ci ha dotato, l’abitudine ci solleva dalla necessità di pensare a quello che facciamo; e questo può fare danni enormi.
Man mano che cresciamo, ed invecchiamo, passando e ripassando sugli stessi modi di comportarci, scaviamo inconsapevolmente un solco. Solco dal quale, col tempo, uscire diventa sempre più difficile, perché sempre più profondo; e, a un certo punto, diviene virtualmente impossibile. Quando le pareti diventano troppo alte non siamo più in grado di vedere al di là del mondo reale, e capire che siamo in qualche modo prigionieri del nostro comportamento.
È sempre una grossa sconfitta, per me, accorgermi che un mio comportamento non è guidato dalla logica o dall’esperienza, ma semplicemente dettato dall’abitudine. E quando capita, raramente me ne accorgo da solo: c’è sempre qualcuno che me lo fa notare. Un conoscente, un maestro o, più spesso, un amico.

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I commenti dei lettori

04/04/2016 - 19:24
Davide Nani

Ciao Marco, sono un tuo lettore integrale.
Per il delitto d'autore dell'acsi potevi mettere un incipit più difficile?
Che ne so, che l'uomo nudo aveva anche un'eruzione cutanea blu?

12/03/2012 - 16:42
Luca Toffalini

Grazie Marco per il bell'incontro a Mantova sabato scorso. La tua simpatia è sempre travolgente. E la tua cultura ti porterà sicuramente lontano, regalandoci altri splendidi libri! A presto!

17/02/2012 - 18:28
bernardo venagli

Non date retta al boscimano, il Malvaldi è un compagnone con cui passare insieme qualche ora è sempre un piacere!!

07/02/2012 - 15:45
angela bramucci

carissimo Marco ,e' stato un felicissimo caso quello che mi ha portata a te...In libreria cercavo l'ultimo Montalbano quando nello spazio dedicato a Sellerio ho visto il tuo "la briscola in cinque ".Leggendo x capire se facevi x me ho notato che anche tu ,come Camilleri ,inserivi il dialetto nel testo ,ed io che adoro il toscano non ho resistito .Ed ho fatto bene !puro piacere leggere i tuoi gialli ,ovviamente li ho acquistati tutti ,e ti diro l'ultimo l ho trovato anche migliore!!!!! hai un modo di scrivere cosi speciale ,divertente ,che il giallo passa quasi in secondo piano .le diatribe dei vecchietti con il barrista Massimo piacevolissime ,leggendo sembra di essere in mezzo a loro e quell'aria di paese mi ricorda un po'il mio lontano paesello marchigiano dove tutti sapevano tutto di tutti .(Ora vivo a Roma ....aime' )In pratica con le tue storie del bar lume sei diventato ,x me ,un'AUTORE importante del quale aspetto con ansia esagerata la tua prossima pubblicazione .

07/02/2012 - 06:47
riccardo garau

E si... è proprio una brutta storia vivere a nostra insaputa. però, forse il non pensare a delle cose marginali del nostro vivere, ci lascia più Tempo per pensare ed essere "creativi". esempio: quando camminiamo, nulla ci vieta di chiacchierare: oppure di pensare, parlare al telefono. Credo che se dovessimo pensare ad ogni gesto e ad ogni movimento da compiere, la vita risulterebbe piuttosto noiosa. Da contro, è vero che molti dovrebbero avere più consapevolezza di se. Però essere troppo consapevoli, credo vada a discapito della spontaneità. Non voglio dire che dobbiamo fottercene dei nostri difetti: dico solo che è meglio sbagliare e chiedere scusa invece che non sbagliare perché affatto. Diffido sempre di chi non sbaglia mai in mia presenza. Un abbraccio, Riccardo.

06/02/2012 - 17:06
Luca Toffalini

Gli autori come te davvero diventano come amici!

04/02/2012 - 22:54
sara ceccomancini

Mi piacciomo molto i tuoi libri. E condivido quanto hai scritto sul blog... Anche io, nel mio piccolo, ho aperto un blog per poter scrivere le cose che ho voglia di dire, che mi rigirano e riempiono la testa, ma che nella vita di tutti i giorni non ho l'occasione di esprimere, per manacanza di tempo, e per mancanza di ascoltatori attenti... Spero così che qualcuno trovi il tempo e la voglia di ascoltarmi leggendomi. C'è anche una pagina dedicata ai libri, in cui ho parlato di te e spero non ti dispiaccia.
Complimenti e continua così.

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