Che cos'è questa Sicilia?
1996
La nuova diagonale n. 15
160 pagine
EAN 9788838912092
Non disponibile
12,91 euro

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Elio Schmitz

Sebastiano Aglianò

Che cos'è questa Sicilia?

L'appassionato e nitido ritratto della vita e della cultura siciliana traccia «una Sicilia che sembra scomparsa. Ma non è» (Leonardo Sciascia).

Introduzione di Marzio Mazzara

«Nel 1945, a Siracusa, nel ribollire delle passioni separatiste e unitarie la libreria Mascali si faceva editrice di un libro intitolato Che cos'è questa Sicilia?, un ritratto della vita e della cultura siciliana concepito e scritto nel sentimento e nella ragione di un'opposizione al dilagante separatismo. Il qual separatismo poggiava sulla nebulosa ideologia del sicilianismo, che approssimativamente si può dire stesse (e ancora, ma in evanescenza sta) tra la follia e il calcolo: tra quella che il principe di Lampedusa chiama 'follia siciliana', la follia di credersi diversi e migliori, e il calcolo di una classe di potere, impotente a divenire classe dirigente, che ormai orfana del fascismo (e più che del fascismo, a cui era indifferente, del protezionismo agrario, di un fascismo promosso come compensazione al depauperamento industriale, portuale e bancario) riteneva di poter barattare il privilegio geografico, la posizione strategica dell'isola contro i privilegi economici di tipo assistenziale e parassitario (il che, a guardar bene, non riuscendogli con gli Stati Uniti - il sogno della 'quarantanovesima stella' - venne poi a realizzarsi dentro la Repubblica Italiana, grazie anche all'autonomia di statuto speciale che l'azione separatista riusciva indirettamente a riscuotere dallo Stato unitario). Autore del libro era il siracusano Sebastiano Aglianò: un professore che ormai da anni risiedeva in Toscana. Il libro - che in quel momento voleva spiegare la Sicilia ai siciliani - l'avrà scritto di getto, con passione; ma poiché era frutto di una lunga meditazione sulla Sicilia, di quella meditazione sulla Sicilia che si accompagna alla vita dei siciliani pensosi, lontani o dentro che siano alla loro isola, la struttura e scrittura avevano una serenità, una compostezza, un ordine, una nitidezza da far pensare al classico. Che il libro insomma, fosse uno di quei classici ritratti di una regione, di un paese, al modo di certi saggisti spagnoli come Ganivet, Mendez y Pidal, Ortega, Americo Castro. Il libro non ebbe in Sicilia buona accoglienza. Un giornale pubblicò addirittura una minacciosa (e mafiosa) ingiunzione di sfratto da parte di un lettore. Come ai tempi di Gogol, la colpa di avere il naso storto è sempre dello specchio. Ma già sui giornali romani, il libro cominciò ad avere più giusto apprezzamento. Ne scrisse Guido De Ruggiero su La nuova Europa e più tardi, liberata Firenze, Eugenio Montale su Il mondo. Ma molti siciliani lo conobbero dopo, a separatismo spento nella riedizione che ne fece Mondadori. E credo l'abbiano ben capito (a parte, si capisce, quei siciliani che amano tanto la Sicilia da persino negare che la mafia esiste: amore che quando non è dettato da interesse, è certamente suscitato da sublime imbecillità). È una Sicilia che sembra scomparsa. Scomparsa sotto le antenne televisive, le automobili, il parossistico consumismo, la fuga dalle campagne, il disarmo delle zolfare. Sembra. Ma non è». Leonardo Sciascia, 1982

Sebastiano Aglianò, nato a Siracusa nel 1917, letterato e italianista, accanto alle pagine di critica su Foscolo e Dante, ha lasciato alcune pagine sulla Sicilia. Questa casa editrice ha pubblicato un suo scritto nell'Antologia La noia e l'offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani (1976).
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