Lettera al signor Alzheryan

Lettera al signor Alzheryan

Nota di Carlo Fruttero

Una persona e un tempo irrevocabili, la grande borghesia ebraica tra le due guerre, nella meraviglia di un bambino: «lavorando come a piccoli colpi di scalpello su quel grumo di nebbia» (Carlo Fruttero).

Ricordando la figura e l'opera di Alberto Vigevani - che fu bibliografo celebre e scrittore - Lalla Romano individuava la cifra della sua narrativa con un aggettivo: tenero. E Geno Pampaloni, il critico, specificava la determinazione individuando la preferenza dello scrittore verso protagonisti che entrano nella vita per la porta «della poesia e non della conquista», e verso svolgimenti che hanno a che fare col tempo: «vincere il tempo attraversandolo». La Lettera al signor Alzheryan è il ritratto, conservato teneramente nella memoria di un ragazzo, di un personaggio a suo modo poeta, in un tempo perduto al di là di una cesura irrevocabile. Una figura alla Proust, un banchiere cosmopolita, elegante e lieve, fortunato: tipico abitatore di quel remoto ambiente ebraico tra le due guerre. Un mondo troppo luminoso e complesso perché il ragazzo possa inquadrarlo senza abbagliarsi, se non sullo sfondo, solidamente e più pacatamente borghese, della sua famiglia. È il modo, caratteristico di Vigevani, di ritrarre la realtà. «Evocata - spiega Fruttero nella Nota al volume - attraverso una specie di tremolio acquatico, instabile e scintillante, e tuttavia con una precisione al tempo stesso intensissima ed effimera». Il resto è sfuggente e gli sfugge anche il contorno storico e civile della vita del banchiere, o non gli interessa, o non vuole indirizzarne il lettore. E solo nell'ultima pagina, dopo che il banchiere è morto di una rapida malattia e i parenti si ritrovano a celebrare il lutto, su due di essi, due belle comparse, piomba una frase come una scudisciata: «Entrambi, così pervasi di un'inconscia grazia, finiranno in una camera a gas». E viene in chiaro cos'è che Vigevani ha inteso rappresentare: un mondo che non c'è più, di cui non ricordiamo più nulla, cancellato dal delirio della storia, e fermato fuggevolmente nella nostalgia dei pochi privilegiati che lo videro. O forse solo di chi sa raccontarlo.

Autore

Alberto Vigevani (Milano, 1918-1999) narratore, editore, bibliofilo, scrisse romanzi ispirati a memorie autobiografiche, racconti e raccolte di liriche. Tra le sue opere Estate al lago (Milano, 1958), Le foglie di San Siro (Milano, 1962), Un certo Ramondès (Milano, 1966), L'invenzione (Firenze, 1970), Fata Morgana (Milano, 1978), la raccolta di racconti Fine delle domeniche (Firenze, 1973) e le raccolte di poesie Anche le più lievi (Milano, 1985) e L'esistenza (Milano, 1993). Questa casa editrice ha pubblicato La febbre dei libri (2000), Estate al lago (2001), Lettera al signor Alzheryan (2005), All'ombra di mio padre. Infanzia milanese (2007), Il battello per Kew (2009), Milano ancora ieri (2012) e L’invenzione (2017).

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