Non tutti i bastardi sono di Vienna
2010
La memoria n. 829
376 pagine
EAN 9788838925009
17ª edizione
Formato e-book: epub
Protezione e-book: acs4
14,00 euro
9,99 euro

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La Stampa

Commenti dei lettori

13/12/2011 - 16:46

Non tutti i bastardi sono di Vienna

di Menegolo Federica
Ogni personaggio emerge vivo dalle parole dello scrittore. Vive nella quotidianità resa tragica dalla terribile guerra e dalle sue conseguenze nelle retrovie." Mutata mutandis", mi ricorda le pagine di un best seller mondiale quale "Via Col Vento" dove la terribile guerra di secessione americana distrugge il mondo del sud e le divisioni sociali.
03/11/2011 - 22:09

Molesini una scoperta

di cattaneo marco
La storia, le atmosfere, i personaggi, ogni singola pagina procura forti emozioni e fa appassionare il lettore al racconto di quei fatti del 1917 magicamente descritti dal talentuoso Autore. Lo consiglio vivamente , una bella sorpresa per tutti glia appassionati della letteratura contemporanea.
01/12/2010 - 12:43

L?orrore di una guerra segna la fine di un?epoca

di Renzo Montagnoli
?Io? io, madame? ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su dall?acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, madame? Gnocchi nell?acqua che bolle?. Non ci sono eroi, ma solo le vittime in questo bel romanzo di Andrea Molesini. La guerra è un mostro che fagocita tutto, che irrompe nelle vite di ognuno imponendo sacrifici e decisioni in contrasto con la propria natura. L?occupazione nemica delle terre a est del Piave dopo la disastrosa ritirata di Caporetto è stato un tema sempre sfiorato, ma mai effettivamente affrontato e quindi questo romanzo, dal titolo insolito, pone rimedio a una mancanza quasi colpevole. Infatti, se è vero che le nostre truppe compirono immani sacrifici lungo le sponde del Piave per difendere il nostro paese, lo è altrettanto che gli italiani, caduti sotto il dominio militare austriaco, resistettero eroicamente, colpiti dalle violenze, dai saccheggi, dalla fame, totalmente in balia del nemico. Quindi non c?è l?orribile guerra di trincea, così ben descritta da Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale o da Lussu in Un anno sull?altipiano, c?è invece l?attesa nelle retrovie, lì occupazione nemica, il sentirsi ospiti in casa propria. E forse la visione che danno dei semplici civili di un così immane conflitto offre la misura dell?angoscia di chi non combatte con le armi, ma con la sua coscienza, con la propria dignità. In queste pagine, che partono da un fatto realmente accaduto, si dipana una storia di vita e di morte, in un?atmosfera spesso pesante, foriera di continue sventure, in cui sembra non esserci posto per la pietà, anche se poi questo pregio, così tanto in disuso, si svilupperà come la brace che accende il fuoco. In un conflitto crudele e sanguinoso c?è posto per tutto, per la ferocia dell?omicidio e per l?aiuto al nemico ferito, contrasti tipici dell?uomo in situazioni limite. Fra gli scoppi delle bombe, i gemiti dei moribondi, la puzza di piscio, la fame che regna ovunque, si concretizza anche la fine di un?epoca, quella delle buone maniere che accomunavano la borghesia sorta con la restaurazione e i patrizi d?origine, quelle dei baciamano, quella cavalleria intesa come irrinunciabile vocazione estetica. E così le divise inamidate si sporcano del lordume della guerra, gli animi intessuti di convenzionali ideali si trovano a combattere fra un concetto della vita messo in discussione dagli eventi e la rinascita di una coscienza individuale, e non più collettiva di ceto, che sembra incapace di reagire razionalmente. Non c?è forse nessun odio fra i protagonisti, ma in tutti c?è la rassegnazione per la consapevolezza della fine di un mondo che non potrà più ritornare. La disponibilità a una relazione fra la zia Maria e il barone von Feilitzsch , il suo quasi patetico tentativo di offrirsi a lui per salvare il ragazzo dalla fucilazione e la sofferta reazione dell?uomo che non si piega, perché siamo in guerra, perché l?Austria si avvia alla sconfitta, perché non può perdonare dopo che ha visto i suoi soldati morti salire in superficie dal ribollire del Piave, danno il senso chiaro del dramma che, serpeggiando, alla fine è uscito allo scoperto. La belle epoque è finita, i valzer alla corte di Vienna saranno solo un ricordo e c?è qualche cosa che è peggio della morte ed è uno stile di vita cancellato per sempre, il cui ricordo sarà strangolato dal rimpianto. Molesini ha uno stile asciutto, a volte perfino essenziale, anche se non disdegna inserire alcune note poetiche; i personaggi sono calibrati, una caratterizzazione che non denota mai eccessi, alcuni anche naturalmente simpatici, e fra questi pure dei nemici; la narrazione scorre fluida, senza intoppi, equilibrata armonicamente, una sorta di lungo adagio che, in alcuni momenti di particolare drammaticità, opportunamente si impenna, si accentua senza mai però arrivare all?eccesso; la trama, dove non poco conto ha lo spionaggio, è indovinata e quindi non c?è da meravigliarsi se questo romanzo riesce ad avvincere dall?inizio alla fine. Altra nota positiva è l?uso esemplare della lingua, non accademico, ma sciolto. E il titolo un poco strano? E? il moccolo che tira un sacerdote, anche lui in preda al turbine della guerra. Non tutti bastardi sono di Vienna segna un esordio ampiamente positivo, è un bel romanzo e quindi sicuramente da leggere e anche da rileggere, perché non mancano di certo spunti per ampie e approfondite riflessioni.
04/11/2010 - 11:24

Un romanzo appassionato, ironico, avvincente

di Dario Battaglion
Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio, pp.363, ?14), di Andrea Molesini, è un romanzo appassionato, ironico, avvincente. Una storia di guerra. Una storia d?amore, di tradimento, intrigo e riscatto. Un romanzo esistenziale. Un romanzo di formazione. Un romanzo storico. «Si staccò dalla notte. E dalla notte, per qualche istante, niente lo distinse. Poi una scintilla, riflesso della lanterna che la donna teneva alta davanti al muso del cavallo, rivelò un monocolo. L?uomo si rivolse alla donna in un italiano impeccabile, appena incrinato da dissonanze metalliche, spie della madrelingua tedesca. C?era qualcosa di splendido e di truce in quella faccia unta dalla luce oscillante, come se le stelle e la polvere lì si fossero date appuntamento. ?Ciàmo la paróna? disse Teresa, nascondendo la paura nel suo animo avvezzo al fare dei signori. Abbassò la lanterna, e il buio si riprese il capitano e il cavallo del capitano». Il libro incomincia così. Potrebbe essere l?attacco di un film: la notte, il cavallo, il monocolo. Poi quell?ossimoro, «le stelle e la polvere», suggerisce al lettore una visione amletica: essere uomini significa stare sospesi fra la polvere della strada e la scintilla divina che alberga in tutti ed in ciascuno. Siamo nel 1917, il 9 novembre. Il giorno della destituzione di Cadorna. La 14ma armata austro-tedesca arriva al Grappa e al Piave, dove l?esercito italiano resiste. La villa invasa ? Villa Spada ? si trova al centro di Refrontolo, a pochi chilometri dalla riva sinistra Piave, e diventa il comando militare delle truppe tedesche prima, austriache poi. E a Teresa, la cuoca, che apre il romanzo, spetta anche l?onere di chiuderlo: «Allora mi sono girato verso Teresa. Era torva, scolpita nella luce della sera, a pochi passi dalla sua cucina, con i capelli radi raccolti a crocchia. Guardava le colline. Sento che da qui non si muoverà mai, è come l?erba, nata per restare ferma, al centro del misero splendore del tutto che passa». La storia è narrata in prima persona da un ragazzo di 17 anni, rimasto orfano, che è stato adottato dai nonni e dalla zia Maria, che governa la casa con piglio militare. Gli invasori che si alternano e accasano, il capitano Korpium prima, il barone von Feilitzsch poi, subiranno il fascino di questa Maria, donna dotata di grazia e coraggio. La famiglia del ragazzo-narratore, Paolo, si trova così, per un lungo, terribile anno, a vivere prigioniera in casa propria: una situazione dal grande potenziale metaforico, che tutti noi, oggi, conosciamo. Chi può dire, oggi, di non sentirsi ?invaso? da messaggi, persone, leggi, lingue, costumi stranieri? Molesini affronta il tema con una prosa energica, varia, precisa. I suoi modelli potrebbero essere Il Gattopardo del principe di Lampedusa, Un anno sull?altipiano di Lussu, ma anche Gli incontri di Montanelli, forse, non gli sono estranei, se non altro per la ricercata chiarezza della sintassi, la brevità delle frasi, la precisione delle immagini, anche delle più sorprendenti. E poi ci sono le sentenze del nonno Guglielmo, che accompagnano lo svolgersi dell?intera vicenda, venando la tragedia degli eventi ? ci sono impiccati e fucilati, la valanga dei morti e dei feriti della Battaglia del Solstizio (15-23 giugno 1918), rappresaglie, assassinii ? con un sapido umorismo, un continuo understatement che non disdegna mai di mettere alla berlina la sconfinata stupidità della natura umana. E anche nonna Nancy, la lady che inventa il codice segreto con cui si trasmettono ai caccia dell?Intesa informazioni sui movimenti delle truppe austrougheresi, è un personaggio che sa commuovere e divertire, maniaca com?è della pulizia delle viscere: «Della fase più delicata del rituale, il contrappunto di sedere e di beccuccio, nulla si sapeva. Teresa per l?occasione metteva la cresta di pizzo ? torreggiava bianca e sbilenca sulla sua crocchia ? e su certe cose taceva. Se la nonna era soddisfatta, Teresa riceveva un premio qualche volta in denaro, qualche volta in ore di libertà. Il primo era più caro alla cuoca, perché la libertà è una moneta più difficile da spendere». Ben tornita è anche la presenza dei comprimari, come il Terzo Fidanzato della nonna che «aveva i piedi troppo grandi per essere considerato intelligente. Scemo non era, perché sapeva oziare con grazia e costanza, ma?» oppure l?eccentrica, imprevedibile Giulia Candiani, di cui s?innamora il protagonista e forse anche Renato, il custode della villa, che si rivelerà non essere ?solo? un custode. E poi c?è il parroco, un sanguigno personaggio dalla cui bocca esce lo «spiffero fetido» di un alito pestilenziale e molti coloriti improperi con cui apostrofa contadini e soldati. Ed è interessante che l?autore si concentri sui dettagli ? anche linguistici ? che allora definivano il baratro sociale che separava una classe dall?altra, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza. Il romanzo è un affresco cinematografico che mette in scena l?anno più tragico e cruciale di tutta la storia del Regno d?Italia, ripreso fra la disfatta di Caporetto e la riscossa di Vittorio Veneto, in un luogo piccolo, una villa veneta al centro di un paesino a ridosso del fronte militare di un impero glorioso, quello asburgico, che andava sfaldandosi, e come non pensare che anche questa sia una metafora della nostra condizione di uomini occidentali all?alba del terzo millennio. Dario Battaglion
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