Enzo Sellerio

Il 22 febbraio 2012 moriva Enzo Sellerio, fotografo, grafico, editore, ironia e rigore, padre della casa editrice, ancora e sempre.
Oggi vogliamo ricordarlo con le parole di Fred Ritchin.

Com’erano le cose quando erano come erano
New York City, aprile 1991

Conoscevo Enzo Sellerio già molto tempo prima di incontrarlo. Sapevo che era colto, che gli piaceva camminare, che amava guardare, che era un po’ bambino, in qualche modo timido, che adorava il fluire del quotidiano, le geometrie sensuali che danno forma ai movimenti del passato, e le impennate che parlano d’arte. Sapevo che ciò che lo attraeva non erano le discontinuità, i mutamenti improvvisi della cultura, i canti delle sirene della tecnologia, ma il modo più quieto, più ritmico e lirico delle cose, così come erano quando erano come erano.

Quando acquistai il suo libro Inventario siciliano in un negozio di libri usati avevo pochi soldi per comperare libri, e pagai molto di più di quanto non avessi mai pagato un libro. Pagai per tornar fra i bambini. Pagai per poter credere che il passato potesse fare amicizia con il futuro. Pagai per una visione della cultura che veniva da dentro la gente ma al tempo stesso veniva dal di fuori, per una creatività che si muoveva dentro e intorno al rito come una treccia. Pagai per entrar dentro l’inchiostro di un libro di grande formato, immagini dai toni profondi tangibili sulla carta, e per vivere nel tempo e nel luogo che erano lì proposti, dove la povertà era potente ma non pesante, e il mondo era piccolo e prezioso.

Oggi le stesse immagini mi fanno percepire la distanza lungo la quale abbiamo viaggiato dagli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, quando i bambini giocavano a una guerra passata da tempo, la televisione era un evento, un teatro collettivo, e bighellonare era il lento aspetto di una danza. Regole e rituali stringevano la vita in un abbraccio forte, prima che il caos eruttasse e prendesse avvio, e vivere la vita divenisse via via senza scopo, qualcosa di complesso, con sempre meno tenerezza e sempre meno rispetto.

Nella fotografia sudamericana spesso il tempo sembra prolungarsi all’infinito, cent’anni di solitudine in un dodicesimo di secondo. Nella fotografia francese è spesso il culmine drammatico ad essere enfatizzato, la punta di un rituale nel quale l’atto diventa un culmine drammatico. Negli Stati Uniti le fotografie spesso raffigurano il dominio del mondo materiale. Nella Sicilia di Sellerio la fotografia pare rivelare storie nel mezzo di un racconto, nel mezzo di un loro vagare verso qualcos’altro. Sotto il suo sguardo affettuoso, egli sembra uno scrittore, uno scrittore fotografico che racconti scenette e piccole storie, e insieme un romanziere che racconti ciò che il mondo sarebbe stato se i vapori dell’infanzia e dell’arte fossero, luminosamente, diventati i riferimenti geografici della nostra immaginazione.

Nella Sicilia di Sellerio, così come nei suoi ritratti di artisti e di altri esseri umani, c’è la sensazione che i sentieri della vita abbiano una qualche direzione. C’è la sensazione che i bambini in movimento possano giocare, agire, sedurre con la consapevolezza che la tela dolce e amara della vita sia ancora coerente nel suo abbraccio, che il teatro dei genitori, dei preti, dei fucili e dei dolciumi riservi spazio anche per il più piccolo degli attori, e che in ciò che viene immaginato ciascuno possa godere di un tocco del divino.

Le fotografie di Sellerio di pittori, scrittori, attori e musicisti in Sicilia e all’estero si collegano alle sue immagini delle strade di Palermo, in particolare alle immagini di bambini. Nel suo immaginario c’è sempre molta invenzione ed energia nei riguardi della semi-serietà dell’esistenza. Si vedono gli artisti, così come i bambini, coinvolti nella coreografia del gesto ma fermi a riposare, statici, dentro l’inquadratura. Ma quando perdono, con l’età, parte della elastica libertà del corpo, lo spirito flessibile si spiega da una profondità non lontana.

Ricordo Sellerio l’ultima volta che lo vidi, sul ponte di Brooklyn, e lo percorrevamo insieme con sua figlia. Il ponte newyorchese è una vecchia struttura, di quasi veneranda età grazie al suo centinaio di anni, un’età da bambini per la Sicilia. Il mio ricordo meno acuto delle sue fotografie, è quello di un uomo grande in un giorno di sole che indugia nel mezzo della campata, a guarda giù verso l’acqua come se i suoi occhi bevessero. Lo ricordo in un cappotto che si allargava gonfiato dal vento, la macchina fotografica al centro del petto, come un piccolo corno di rinoceronte, o un occhio sporgente. I suoi capelli sono arruffati, gli occhi brillano, mentre mi parla della grande splendente metropoli che sta di fronte a noi, di quando c’era stato un’altra volta ed era andato a visitare gli artisti e le maglie di una città più grigia, più sabbiosa e più ricca d’arte, che in qualche modo aveva il suono del jazz. Oppure, di come era quando era come era. Cercare questo è la sua specialità.

Fred Ritchin
(Dal volume Enzo Sellerio fotografo ed editore)