Dire l’indicibile. La memoria letteraria della Shoah

Dire l’indicibile. La memoria letteraria della Shoah

L'esperienza dei lager e la sua narrazione da parte di scrittori sopravvissuti: un saggio di critica letteraria sul valore formale delle testimonianze, sui modi della dicibilità di un esperienza di per sé indicibile.

«Sarà mai concepibile una lingua propria ed esclusiva dell’Olocausto? E se sì, allora questa lingua non dovrebbe essere talmente terribile e talmente funebre da distruggere, alla fine, tutti quelli che la parlano?» si chiedeva Imre Kertész. Come tutti gli altri reduci dei campi dedicatisi alla memoria letteraria della Shoah, il rovello del grande ungherese autore di Essere senza domani, era quello di come rendere la parola a ciò che non può essere detto, a ciò che non conosce una lingua adeguata per esprimerlo: o che, se la trova, rischia a ogni momento lo scacco delle parole di fronte all’immane indicibilità di ciò che raccontano. È il rovello, il paradosso di dire l’indicibile, patito da ogni sopravvissuto, da Primo Levi a Jean Améry e a tutti gli altri che vollero raccontare. A questo è dedicato il presente saggio che per la prima volta si rivolge alla narrazione dell’esperienza dei lager come genere, analizzando le modalità di costruzione letteraria della memoria concentrazionaria: dai già citati Kertész, Levi e Améry, fino alle voci di donne di Auschwitz, le Bruck, le Delbo, le Berger, alla notte di Wiesel, al «nichilismo» di Borowski, fino alle riflessioni religiose, cattoliche e ebraiche di fronte al male, allo scavo psicoanalitico di Bettelheim e, infine, alla poesia di Celan. Lo studio concerne quindi non le comuni testimonianze dei deportati ma quelle di coloro che diverranno poi professionalmente scrittori, la cui opera cioè assume uno specifico valore letterario. Si tratta in definitiva di un saggio di critica letteraria sui generis, che prende in esame il valore formale delle testimonianze, i modi della dicibilità di un’esperienza di per sé indicibile: paradossalmente, come dice uno degli scrittori esaminati, la realtà, quella inesprimibile dei campi di concentramento, ha bisogno di invenzione per diventare vera.

Autore

Carlo De Matteis si è occupato di narrativa novecentesca (Il romanzo italiano del Novecento, La Nuova Italia 1984; nuova edizione ampliata, Profilo del romanzo italiano del Novecento, Arkhé 2009; Prospezioni su Gadda, Lisciani e Giunti 1985), di metodologie critiche (Contini e dintorni, Pacini Fazzi 1994; Filologia e critica in Italia tra Otto e Novecento, Liguori 2003) e di letteratura medievale dell’area mediana con studi monografici (Buccio di Ranallo: critica e filologia, Bulzoni 1990) e edizioni critiche di testi del XIV e XV secolo (tra cui Buccio di Ranallo, Cronica, Edizioni del Galluzzo 2008). Insegna Letteratura italiana contemporanea e Filologia italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila.

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