Giudici

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«...Le pagine che seguono segnano il tentativo di ricostruire i percorsi giudiziari della mafia dal dopoguerra ai nostri giorni, con un riferimento costante ai fatti storici che la magistratura ha quasi sempre ignorato o distorto per una sorta di pudore strategico teso a nascondere ai più l'illusorietà di quella benda di fronte ad un sistema di potere di cui è stata parte integrante».

«Non ricordo chi ha detto per primo che se non ci si lascia abbagliare dalle forme e si va alla sostanza della giustizia, ci si accorge come la sua dea sia bendata ma sappia annusare le differenze. Le pagine che seguono segnano il tentativo di ricostruire i percorsi giudiziari della mafia dal dopoguerra ai nostri giorni, con un riferimento costante ai fatti storici che la magistratura ha quasi sempre ignorato o distorto per una sorta di pudore strategico teso a nascondere ai più l'illusorietà di quella benda di fronte ad un sistema di potere di cui è stata parte integrante». In queste righe si compendia il senso del libro di Di Lello, che affronta quello che resta della mafia il suo più tenace mistero. Come mai la magistratura, in quanto sottoinsieme dello stato, e in quanto parte della società, davanti alla mafia, nei decenni svariati della sua storia, appare in posizione inerte e imbelle, al più guardinga e prudente in modo complice? Per effetto di complotti, di accordi occasionali, di scelte soggettive? Il libro di Di Lello analizza cinquant'anni di attività giudiziaria e giurisdizionale senza rifiutare la cronaca e il racconto di episodi, il ritratto. E la risposta implicita in questa «fisiologia dei palazzi di giustizia» (fisiologia: come nei titoli dei romanzi del realismo ottocentesco figurava la parola: «fisiologia del matrimonio», «fisiologia della vita domestica») scardina l'idea semplice, consolante: che la mafia sia la anormalità, il corpo estraneo, l'antistato.

Autore

Giuseppe Di Lello (Villa Santa Maria, Chieti, 1940) è giudice a Palermo. Nella XI legislatura è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia. Collabora alla rivista «Segno» e al «Manifesto».

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