Vado a vedere se di là è meglio

Vado a vedere se di là è meglio

Da Firenze a Drohobycz, un viaggio attraverso ventidue stazioni, luoghi dell'Europa centro-orientale, popolati da grandi figure: intellettuali, eroi timidi, poveri poeti, eccentrici viveur, avventurieri, spiriti eccelsi, asceti, santi bevitori, burloni divini.

«Sono stato allevato in tre lingue morte (l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish, alcuni questa non la considerano nemmeno una lingua) e in una cultura che si è sviluppata in Babilonia: il Talmud. Il cheder dove studiavo era una stanza dove il maestro mangiava e dove dormiva. Lì non studiavo aritmetica, geografia e storia, ma le leggi che governano i sacrifici offerti in un tempio distrutto duemila anni fa». Questa frase del grande scrittore Isaac Bashevis Singer rende l’idea dell’esperienza umana e spirituale, più unica che rara, in cui questo libro indaga. Si parla dell’opulenta fioritura letteraria e filosofica della cultura ebraica dell’Europa centro-orientale: un’enorme provincia di imperi, divisa tra decine di stati e popoli, resa vivacissima metropoli dall’inspiegabile cosmopolitismo di una comunità transnazionale, ospitante una folla di irrequieti sperimentatori di modi di esprimersi. Ed erano tutti, oltre che intellettuali, anche eroi timidi, poveri poeti, eccentrici viveur, avventurieri, spiriti eccelsi, asceti, santi bevitori, burloni divini. Oggi sono fantasmi di un mondo cancellato. Ma hanno lasciato una traccia tenace e nascosta in alcuni artisti e intellettuali che si sono coraggiosamente opposti, fino a pochi anni fa, al totalitarismo sovietico. L’autore la scopre e la ripercorre guidato dalla leggenda dei Giusti: in ogni epoca – dice la tradizione ebraica – ci sono 36 Giusti nascosti, che non sanno di esserlo e forse da giusti non si comportano, ma sono loro che salveranno la terra. L’elenco delle città visitate (grandi capitali e piccoli villaggi) e degli autori ritrovati (famosi e sepolti nell’oscuro oblio) è infinito, ma, oltre la vastità, ciò che più distingue il narrare di Francesco M. Cataluccio è che egli vi si orienta mescolando geografie letterarie e architetture, memorie biografiche e aneddotica, e naturalmente suggestioni personali dei luoghi abitati dagli ingegni e storie critiche. Rendendo la percezione di un’immersione totale in una parte di mondo i cui contrasti hanno sempre affascinato, per l’enigma di uno strano contrasto tra vicino e lontano, tra familiare ed esotico, tutti coloro che sentono invincibile la tentazione del vagabondare: andando nello spazio oppure, e forse più, con la mente. «Due sono i modi di stare al mondo: da pellegrini o da viandanti. I primi hanno un traguardo sicuro. I viandanti invece perdono quasi subito la strada maestra».

Autore

Francesco M. Cataluccio ha studiato filosofia a Firenze, letteratura e storia dell’arte a Varsavia. Si occupa dei programmi culturali di Frigoriferi Milanesi. Scrive, in forma digitale, sul «Post», «Engramma» e «doppiozero». Ha curato le edizioni italiane delle opere di Witold Gombrowicz e Bruno Schulz. Ha scritto: Immaturità. La malattia del nostro tempo (2004) e Che fine faranno i libri? (2010). Con questa casa editrice ha pubblicato: Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo (2010, Premio Dessì per la letteratura), Chernobyl (2011), L’ambaradan delle quisquiglie (2012) e La memoria degli Uffizi (2013).


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