Pugni

Pugni

Commenti dei lettori

  • 28/05/2009 - 18:52 paolo mazzolini

    ... si può solo ringraziare

    Non sono molti i libri che fanno venir il desiderio di leggere. In un vita intera non se ne ricordano molti. Ho acquistato Pugni, sapendo non so per quale ragione, che mi sarebbe piaciuto. E invece, è stato ben altro. Una ragazza può piacere. Un 'altra invece è un tuffo di vita. Questo libro è un tuffo di vita. Ringrazio. (E compro qualche altra copia da regalare).

  • 21/10/2006 - 11:19 GalassiaLibri

    Pugni

    Per essere un esordio non c'è male. Pietro Grossi, classe 1978, ha espresso tutta la sua tecnica narrativa in tre racconti: Boxe, Cavalli, La sciammia. Non c'è un filo logico che lega questi tre racconti; ciascuno segue la propria strada e raggiunge un obiettivo diverso, ma tutti e tre possono essere ricondotti ad un minimo comun denominatore che è appunto il titolo: Pugni; perchè in ciascun racconto i protanonisti fanno a pugni con l'esistenza oppure lottano con le assurdità di certe situazioni. Dei tre racconti, quello che mantine un livello alto, dall'inizio alla fine, è sicuramente il primo; un racconto sperimentale, fatto di ricordi e di sensazioni, un racconto di cui si finisce per pensare - come ha scritto a tal proposito Concita De Gregorio de La Repubblica - "vorrei averlo scritto io". La storia è semplice, immediata e lascia la mente libera di concentrarsi sulla lineareità e la schiettezza della scrittura. Ci sono due ragazzi, il Ballerino e La Capra, due personalità distinte e separate, che uniscono il loro destino sul perimetro di un ring. Il Ballerino è di certo un ragazzino a modo, composto, uno che parla poco, di quelli che si distinguono per un esemplare modello educativo, un ragazzino che vorrebbe, però, dimostrare qualcosa di sé in mnaiera pratica e dunque pensa di dedicarsi alla boxe: "Guardiamoci negli occhi, a me 'sta faccenda della boxe piaceva parecchio. Non so cos'era, se quel senso di sicurezza o la consapevolezza che facevo qualcosa come si deve. Forse tutt'e due, forse anche la formidabile sensazione che c'era un luogo dove avevo qualche numero, o dove comunque potevo battermi ad armi pari." Il ring diventa dunque la metafora della vita; la piattaforma del ring è la vita che tutti vorrebbero, perchè lì, in quel quadrato non ci sono ingiustizie, tutti diventano uguali e ci si accerta sempre, prima di combattere, che tutti partano dagli stessi presupposti di peso e forza. Il ring è una livella, su cui primeggia davvero il più forte: "Là dentro c'era una logica. Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi, ed era sempre uno solo, e pesava quanto te, e se ti batteva voleva dire che era più bravo, o aveva più esperianza, e in entrambi i casi dalla sconfitta non avevi che da imparare. Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perchè ti senti più al sicuro." Mentre la madre lo costringe a prendere lezioni di pianoforte: "Era mia madre che mi aveva imposto di suonare il pianoforte. Mi faceva prendere lezioni da quella vecchia bavosa cui puzzava il fiato e seminava tocchi di forfora che parevano pezzi di giornale." Dall'altra parte del ring, il Ballerino si ritrova La Capra, un ragazzo sordo e di estrazione sociale diversa. L'avversario ideale: "Erano tutte mezze calzette quella che passarono lassù su quel ring, vincitori o vinti. tutti sgraziati parapugni senza un filo di classe. Tranne lui, La Capra. Entrò nel ring con quelle sue sopracciglia che pesavano sugli occhi come sacchi di guerra. Se ne stava con la faccia all'angolo e un asciugamano buttato sulle spalle. Teneva i guantoni rosso scuso accanto al mento e muoveva la testa da una parte e dall'altra e si dava dei colpi alla mascella come per non scordarsi che di lì a poco avrebbe preso dei cazzotti. Lo sentii subito che era forte, che aveva un'altra classe." Così, tra uno schiva, un gira ed un saltella, i due si scontrano, si provano, si sfidano. Uno dei due, inevitabilmente uscirà vincitore da questo incontro favoloso, ma, a fine racconto, troveranno il modo di riconoscersi, entrambi, la bravura e la determinazione, affrontata, per l'uno con l'agilità e per l'altro con la forza. Il finale pacificatore, se vogliamo, è una profonda lezione di vita e di equilibrio. Il secondo racconto, Cavalli, presenta una storia senza luogo e senza tempo, una vicenda lontana ed attuale, in cui si narrano le sorti di due fratelli, diversi per carattere, per temperamento; due fratelli che, per volere del padre, partono entrambi dallo stesso presupposto, ma, poi, ciascuno giunge ad ottenere un risultato diverso, proprio in ragione di quelle intrinseche diversità. Entrambi hanno il proprio cavallo come base di partenza, ma "Fu subito chiaro a tutti che i cavalli avrebbero portato i due fratelli in luoghi diversi. E' inutile stare a raccontarci che siamo tutti uguali, ognuno sfrutta il mondo a modo suo, per arrivare suo malgrado dove gli spetta. C'è chi il coltello lo usa per uccidere e chi per affettarsi una mela. Lo stesso coltello, e tutto ciò che c'è nel mezzo, è il mondo diverso per ognuno di noi". Altra inoppugnabile lezione di vita. Nel terzo racconto, La sciammia, ci troviamo al cospetto di una storia che ha del favoloso e dell'allegorico. C'è un ragazzo che smette di comportarsi da uomo, per imitare i gesti, le movenze e i versi indecifrabili delle scimmie. Il narrato sembra sciocco, quasi da ridere, mentre dietro si nasconde una profonda verità: un ragazzo pressato da una famiglia borghese e di mentalità chiusa, che con molta probabilità ha diretto le intenzioni del ragazzo, il quale finisce per scoprire il doppio di sé, per ribellarsi in questa assurda maniera. Une teoria questa del Grossi, espressa, questa volta, senza commenti e senza giudizi. Sicuramente da leggere questo libro. Ci è piaciuto perchè lo stile è giovane, veloce, anche se compare ad ogni angolo della scrittura la sua disunvoltura tipicamente toscana, che sa bene come aggirare gli ostacoli senza cadere nel banale o nel già sentito. A nostro giudizio, si merita un bravo!

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