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Art institute di Chicago
MARENGO ELENA
29 Ottobre 2019
Al caffè dei Nottambuli
In primo piano c’è un bar, con le vetrate così pulite che puoi guardarci attraverso e seguire ogni dettaglio. Al centro un bancone di legno fatto a triangolo, con gli spigoli arrotondati. All’interno un barista, con un cappello bianco in testa. Sul lato corto una coppia, su quello più lungo un signore di spalle, contornato da sgabelli liberi. L’ultimo lato chiude il triangolo al di là del quadro. Sullo sfondo due macchine per fare il caffè e una porta gialla. In basso a destra la firma del pittore: Edward Hopper. Sono le tre e cinquantacinque minuti di una notte di fine settembre. Per strada non c’è nessuno e all’interno del locale la radio è spenta. Siamo in America: il pittore ha voluto così. Non è il tipo da dipingere posti che non conosce. “Un posacenere” dice l’uomo della coppia al barista. Sta fumando una sigaretta. La tiene tra l’indice e il medio della mano destra, mentre con il pollice sfiora il mignolo della donna seduta al suo fianco. “Se li portano tutti a casa” gli risponde il barista, chinandosi per cercare di aprire uno sportello. Sul bancone ha sistemato con ordine i contenitori del sale e del pepe, vicino ai distributori dei tovagliolini. È al lavoro da più di tre ore e da quando ha iniziato il turno ha fatto cinquantasette caffè. “Sarà lei a dire ‘Andiamo’” pensa, guardando la donna seduta davanti a sé. Ha i capelli tinti e un vestito rosso con le maniche corte. Tiene una mano appoggiata sul bancone, mentre con l’altra trattiene un dolcetto verde di marzapane. Ha braccia scarne e clavicole in evidenza. La bocca la tiene chiusa. Il rossetto sulle labbra è ancora vivo. Non ha pronunciato nemmeno una parola da quando è entrata nel locale. Ci ha pensato l’uomo al suo fianco a ordinare un caffè anche per lei. Le loro tazze sono ancora sul bancone, appoggiate con cura vicino ai loro gomiti. Vuote per due terzi. Bianche, di porcellana, con il manico piccolo e senza piattino. “E quando lei dirà ‘Andiamo’, lui obbedirà all’istante” pensa il barista, immaginandosi la donna dal vestito rosso camminare verso casa, insieme all’uomo che le siede vicino e non si è ancora tolto il cappello. Lo tiene dritto sulla sua testa, con due pizzicature laterali e un nastro di stoffa alla base della cupola. Assomiglia a quello che indossa il signore seduto di spalle, entrato per bere una birra doppio malto e poi un’altra ancora e via dicendo, sino a non sentirsi più solo. Sta seduto di sbieco, con le spalle oblique e la testa china. È al quarto bicchiere e ha l’aria un po’ alticcia, ma non barcolla. Di certo sta facendo un po’ di fatica a non cadere dallo sgabello. E sicuramente è così impegnato a stare in bilico, che non si sta accorgendo che il gomito del suo braccio destro sta sfiorando una tazza da caffè con il fondo all’insù e il manico ribaltato. Messa lì apposta, sul bancone, per chi ogni notte arriva sempre puntuale, alle quattro esatte, e beve lo stesso caffè alla stessa ora e si siede sullo stesso sgabello e non dice una parola, neanche un saluto, e nessuno al mondo può ammirarlo, perché nel quadro sono ancora le tre e cinquantacinque e i tipi puntuali come lui non arrivano mai in ritardo, ma nemmeno in anticipo. “Per un soffio non sono finito in un museo” racconterà per tanti anni, sino al giorno della sua morte. Per una questione di spazio, invece, manca Arthur: il padrone del locale. Lui sta al di là del quadro. Alla cassa. Là dove il bancone forma l’angolo più acuto del triangolo e le linee di fuga convergono in un unico punto. È stato lui ad assumere il barista, alcuni mesi fa. Una buona scelta: di lui non si lamenta mai. Lavora bene, arriva in orario, sa fare il caffè, lo serve alla giusta temperatura, parla poco, anche se a volte, come in questo momento, si sofferma troppo a osservare i clienti, specie le donne, quelle assorte e dalle braccia scarne, come a voler ritrovare nei loro sguardi una sofferenza più grande della propria. Le storie di chi gira di notte, ama dire, le poche volte che parla del suo lavoro da barista, sono più interessanti di quelle di chi banalmente esce da casa quando i lampioni sono spenti, i negozi aperti e le vie trafficate, e allora è così bello ricostruirle, racconta, provare a mettere la donna dal vestito rosso sdraiata per terra con le gambe distese e inserire un attimo dopo l’uomo che fuma con un capello in testa mentre esce dal retro di un ristorante… sino a creare la sceneggiatura del film della loro vita. “Si sono conosciuti da pochi istanti”. “Lui l’ha aiutata a rialzarsi dopo una brutta caduta”. “Lei l’ha accettato con molto cautela, l’invito ad andare a bere qualcosa nel locale all’angolo”. “Negli anni del proibizionismo lui trafficava alcolici”. “Quando aveva sedici anni la figlia di lei morì in un incidente”. “Lui ha ucciso un uomo”. “Lei non lo scoprirà mai” “E allora lui è il detective” dice fra sé il barista, voltando lo sguardo sul volto dell’uomo seduto di spalle. Funziona così, se vivi in un quadro e stai al centro di un bancone fatto a triangolo dove i clienti si appoggiano per bere: tu puoi vedergli il viso, agli uomini dipinti di spalle, e puoi osservare i loro occhi, i loro nasi e sentire i piccoli rumori che i loro corpi producono a stare nel mondo, anche se stanno zitti e fermi. È il ventisette settembre del 1942 e ormai sono parecchi mesi che l’uomo con il capello bianco in testa fa il barista. Sino all’anno scorso stava alle Hawaii a svolgere altre mansioni, più dure e più redditizie, ma molto più rischiose. A lui piaceva quel lavoro, si sentiva utile a stare in mare, in rada, dentro o fuori dal porto, all’interno di una nave grande e lunga. Svolgeva i suoi compiti con estrema dedizione, obbediva ai superiori senza mai lamentarsi, sinché un giorno non gli dissero: “Non sei più idoneo”, congedandolo con una lettera piena di meriti. Raccontano che fosse riuscito a salvarsi da un attacco aereo buttandosi in tempo dalla nave, prima che affondasse. Dicono che rimase sott’acqua per parecchi secondi e che quando tornò a galla, riuscì a nuotare per lunghe ore e a schivare tutti i proiettili provenienti dal cielo. Gli abitanti delle Hawaii narrano che rimase in mare per un giorno intero e che fu un abitante del luogo a salvarlo. Ma poi dicono fosse impazzito. E in certi ambienti funziona così, quando la testa non funziona più, ti mandano una lettera, ti ringraziano, magari ti danno anche una medaglia, ma ti dicono di tornare a casa e anche se tu vuoi salvarla, la tua patria, a loro non interessa. “E ora cosa faccio?” si domandò così un giorno all’improvviso, restituendo la divisa mentre riempiva la sacca di tutte le sue cose. “Sei un uomo in gamba” gli disse un ufficiale, uno dei pochi sopravvissuti. I primi giorni a casa furono terribili. Ma a volte basta una serata per ritrovare un po’ di slancio. Ti serve uscire, però, varcare la soglia del tuo piccolo appartamento, e non è certo facile farlo in determinate situazioni. Magari cammini per quattro o cinque isolati, e poi passi davanti a un locale e trovi sulla vetrata - così pulita che puoi guardarci attraverso e seguire ogni dettaglio - un cartello in cui si ricerca un barista disposto a lavorare tutti i giorni, tranne il lunedì, da mezzanotte alle otto… e alla fine tu cosa fai? Ammiri il cartello per un po’ di minuti, scruti l’ambiente e poi entri per candidarti. “È un lavoro pesante” gli disse Arthur quella sera. “Intanto di notte non riesco più a dormire”. “Perché?” gli chiese lui. “Ripenso sempre ai miei compagni” gli rispose lui, mostrandogli una fotografia dove quattro ragazzi vestiti di bianco si abbracciavano sulla banchina di un porto. Sullo sfondo il mare e tante navi ferme, destinate prima o poi a partire. “Te la porti sempre appreso?”. “Come i papà fanno con i loro figli”. “Un giorno infame” gli disse Arthur. “La prima bomba cadde proprio sulla mia nave” gli rispose lui, posando la fotografia sul bancone. Era una domenica mattina e alle Hawaii faceva caldo. Era il sette dicembre e nessuno si chiedeva quale fosse il santo del giorno. La notte era sorta la luna nuova: un motivo in più per i nemici per preparare l’attacco: valli a scovare i periscopi dei sommergibili con un cielo così buio e in mezzo a un mare così scuro. A Pearl Harbor le navi erano quasi tutte in rada. Un giorno tranquillo, in un cui non ti preoccupi di niente e pensi che non ti succederà mai nulla e sei così calmo e sereno che non hai fretta di fare colazione e ti siedi per una buona volta con i tuoi compagni al bar e gli prepari tu il caffè, come sei solito fare quando sei a casa tua e la tua fidanzata sta ancora dormendo nel tuo letto. Alla domenica mattina dovrebbero vietargli, certi attacchi. In mare, in terra, in cielo e in tutte le parti del mondo. Così come è vietato nella case fare qualsiasi lavoro con il martello pneumatico e disturbare i vicini. “E i tuoi compagni?”. “Non ci sono più” gli rispose lui. Iniziò a lavorare da Arthur la notte stessa, con il suo capello bianco posizionato di sbieco sopra la sua testa rasata. Indosso si mise una casacca bianca e ai piedi scarpe lucide e nere, come faceva quando svolgeva il suo vecchio lavoro. Fu lui a suggerire al padrone del locale di comprare due macchine per fare il caffè. Le scelse lui e se le fece consegnare una mattina, pochi attimi prima di finire il turno. Le montò senza chiedere aiuti e leggendo di sfuggita le istruzioni. Le notti successive si occupò del rodaggio, provando varie miscele, sino a trovare quella giusta: leggera, delicata e corposa. Né troppo dolce, né troppo amara. “Il tuo caffè è perfetto” gli dicono spesso i clienti. Fa arrivare i chicchi direttamente dal Brasile e va lui in porto a prenderli, rinchiusi nei sacchi di juta. Gli piace guardare le navi. Poi lo macina lui, il caffè, nel retro del locale. Dice che gli piacerebbe anche tostarlo, ma per farlo servono macchinari troppo costosi e ingombranti. Arthur è soddisfatto di lui. A volte vorrebbe invogliarlo a diventare suo amico, invitarlo a cena a casa sua per presentargli moglie e figli, ma non sa come farlo, e così si ritrova sempre a parlare di quel giorno infame, senza pensare che forse sarebbe meglio stare zitti, al posto di chiedere: “Come puoi continuare a vivere dopo aver visto morire tutti i tuoi compagni?”, e sentire una voce flebile e sussurrata che fa fatica a dire: “Continuo a fare la stessa cosa che facevo quando hanno scaricato la prima bomba sulla mia nave”. “E cosa stavi facendo quella mattina?”. “Il caffè”.
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Commenti (1)
LUCA MIGLIORISI
20 Dicembre 2019
Questo racconto e' bellissimo. Mi é piaciuta in particolare l'ossessione per i particolari e l'ossessivo susseguirsi delle parole, come se fossero costrette ad ammassarsi in un piccolo spazio.Molto originale lo stile, che non ho letto sovente. Un bravo all'autore.