Racconta il tuo museo - Racconto dell'utente

Filtra
Per lettera
Museo di Cosa
Patrizia Fornaciari
6 Novembre 2019
Il Museo-Città di Cosa
A me non piacciono i musei con il loro tesori esposti e illustrati in teche ordinate e illuminate, ma … un giorno sul promontorio cosano nel piccolo museo del parco archeologico dell’Argentario ho respirato la storia, quella che parla di vita reale, di ambienti, di persone e di eventi. In una mattina di settembre inoltrato insieme a mio marito e ad una coppia di amici, tutti trascinati e coinvolti dalla mia curiosità per la storia, durante una vacanza che ci avrebbe portato nella Tuscia romana verso Viterbo e i borghi delle terre papali, ci siamo fermati nella campagna dell’alta Maremma, sulle tracce della villa schiavistica di Settefinestre, ubicata sull’omonimo poggio. Fra strade sterrate e pochi cartelli segnaletici ci siamo incamminati per i campi alla ricerca di un passato lontano, una grande proprietà terriera con villa residenziale padronale e villa rustica, luogo di otium ma anche di lavoro produttivo, una vera tenuta a carattere imprenditoriale con manodopera schiavistica risalente agli anni 40-30 del I sc. a.c. Nell’agro cosano vi erano diverse di queste ville, ma quella di Settefinestre era rimasta da tempo nella mia fantasia. Lungo un sentiero stretto in mezzo agli ulivi, nascosta da una vegetazione spinosa e a tratti impenetrabile, all’apice del poggio da cui si domina la Valle d’Oro si intravedono i resti del lato nord delle mura che delimitavano la residenza separandola dai terreni coltivati. Sui luoghi della villa rimangono ormai solo poche rovine: alcune torrette di forma circolare lungo le mura, un tratto di portico coperto con una piccola rampa da cui si accede alla terrazza superiore con resti di un grande otre e il basamento di un qualche attrezzo di lavoro; ma più avanti tutto è inaccessibile, inglobato in una nuova villa anche questa padronale ben custodita e ad accesso vietato. La villa antica è avvolta nel vago e nell’indefinito e l’immaginazione può correre, allora si possono quasi vedere decine di schiavi comandati da intendenti o da un fattore impegnati a riporre attrezzi da lavoro o prodotti da conservare sotto i portici. Così quando decidiamo di scoprirne di più visitando il museo di Cosa, la vicina colonia romana fondata ben prima della costruzione della villa di Settefinestre, sono già mentalmente trasferita in questa epoca antica che parla di centuriazioni, di colonie, di villa rustica e villa padronale. Una cinta muraria a blocchi di pietra squadrata, la porta di accesso alla città con il piccolo museo costruito sui resti di una antica abitazione di cui si conservano due grandi otri all’ingresso mi trasportano nel mondo di una colonia romana che su un alto promontorio si affaccia sull’Argentario e sulla laguna di Orbetello. Il museo forma un tutt’uno con la sua città Ho scoperto un Museo-Città! Non ci sono turisti all’ora di pranzo quando arriviamo e camminando sull’antico tracciato della strada principale godo del silenzio della natura che ormai avvolge i resti antichi, … ma non doveva essere così silenziosa la via principale nel II sec. a.c. perché la vita a Cosa scorreva dinamica e vivace. I grandi edifici pubblici, il vasto foro mi fanno sentire le voci della città nel pieno del suo splendore: i discorsi nel Comitium, il flusso dei mercanti che percorrono il tragitto lungo la vicina via Aurelia da poco aperta (forse nel 144 a.c.) e le attività che si svolgono nel porto cosanus sottostante. Entro nel foro e scopro sul lato lungo della zona forense le carceri che fanno pensare a lontane lotte e a condanne, forse echi della guerra civile fra Silla e Mario. Entro nella “casa dello scheletro” che si apre sull’arteria principale, segno di ricchezza e di potenza del suo proprietario, come l’ampia struttura dell’abitazione, l’atrio e il porticato coperto. Tutto cancellato improvvisamente da un evento che ha segnato il destino di questa casa e dei suoi abitanti e la sorte della stessa città. Un’incursione di pirati, un assalto che ha indotto il proprietario a nascondere il suo tesoro di monete d’argento per salvarlo dalle razzie, poi la violenza e la morte, momenti drammatici immortalati nello scheletro e nelle monete ritrovate. Costeggio gli altri edifici pubblici, la Basilica, le Terme, le Cisterne per raccogliere l’acqua, percorro la via sacra che dal foro porta all’Arce, la parte più alta della città, proprio come nella grande Roma. Quando arrivo sull’Arce, luogo di culto e approdo della via sacra, un’esclamazione di meraviglia e di piacere davanti ai resti dei monumenti , il tempio a Mater Matuta e il Capitolium costruito su un preesistente tempio a Giove, che nella disposizione ricordano l’Arce di Roma, e allo straordinario, unico panorama sulla Laguna di Orbetello, sulla spiaggia della Feniglia con la fitta pineta e sul promontorio dell’Argentario che il sole pieno del primo pomeriggio illumina e abbaglia. Non so che cosa guardare, sono catturata ora dall’uno ora dall’altro e la storia si fa più chiara. La posizione strategica per i commerci tra la via Aurelia e il porto cosanus, e per il controllo del tratto di mare forse frequentato dalla flotta cartaginese e quindi a sicurezza della stessa Roma hanno fatto la fortuna di questa colonia romana e hanno segnato anche il suo destino di territorio passato sotto varie dominazioni come attestano sul Capitolium le fortificazioni di epoche successive. Dall’Arce avranno avvistato le imbarcazioni dei pirati e avranno dato l’allarme; le mura ancora oggi ben conservate non sono riuscite a fermare l’attacco e la città ne è stata travolta. Si dice che da quell’evento la colonia sia andata perdendo il suo splendore e sia iniziata la decadenza anche della sua classe ricca; forse proprio per questo i terreni dell’agro cosano sono passate in mano all’aristocrazia romana che ha costruito ville residenziali grandi e importanti e ha imposto un nuovo sistema di conduzione delle terre con l’impiego di un alto numero di schiavi. Il piccolo museo racconta tutto questo perché vi sono raccolti i segni di questa storia: lo scheletro, le monete d’argento, i frammenti delle statue ornamentali del tempio a Giove , il vasellame della vita civile e gli attrezzi dell’attività portuale, …. ma della villa di Settefinestre pure così prossima nell’entroterra agreste, il museo non parla? non ci sono segni della sua presenza? Sembra che le due realtà siano separate, nell’agro cosano le grandi ville e sul promontorio la città. Ed invece sì! Il museo conserva un gran numero di anfore che ci raccontano un altro momento della storia di questa terra quando il prezioso vino prodotto nelle ville padronali ad alta specializzazione e a conduzione schiavistica, come quella di Settefinestre, veniva commercializzato attraverso il porto di Cosa. Le anfore con i sigilli della famiglia dei Sesti, una potente gens della aristocrazia romana possidente di terreni nell’agro cosano della Valle d’oro, erano pronte per il mercato transmarino che raggiungeva le coste tirreniche fino alla Gallia. Forse si può pensare che nei pressi del porto ci sia stata anche una fornace per produrre le anfore adatte al trasporto di questo prezioso e redditizio prodotto. Allora gli schiavi che ho intravisto nel portico della villa diventano ancora più reali e la villa con il suo mistero si inserisce in una “filiera” produttiva che dalla produzione del vino passando anche per la manifattura arriva alla sua commercializzazione. Il porto si fa attivo e vivace con navi pronte a caricare le anfore sigillate e a salpare per il Tirreno. Il silenzio che avvolge i luoghi antichi e il piccolo museo è stato bruscamente interrotto da questo rumoroso ritorno al passato. Patrizia Fornaciari
Accedi per commentare