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Museo di Punta della Dogana - Venezia
Simona Adinolfi
10 Novembre 2019
Lapsus
È l’Art Night. La pianificazione strategica che va avanti da più di una settimana ci ha portate a scegliere – per esclusione, per mostra, per museo mai visitato, numero di persone previste, e distanza pedibus senza utilizzare il vaporetto – il Museo di Punta della Dogana. C’è la mostra di un artista vietnamita, si chiama Slip of the Tongue, lapsus. Ci piace. Siamo tutte d’accordo. Si va. Dopo essere arrivate in tempo per l’inaugurazione in sede centrale a Ca’ Foscari ed essere riuscite a prendere una tanto agognata borsina di tela blu con il logo dell’Art Night, ci dirigiamo, a passo veneziano, verso Punta della Dogana: a occhio e croce saranno venti minuti di cammino, se ci muoviamo. È giugno: me lo dice l’odore di glicine che si sente mentre ci affrettiamo a zig-zag tra i turisti lumacosi che guardano Venezia dall’IPad, che mangiano un trancio di pizza su un ponte e non fanno passare chi ha fretta, come noi. Non fa ancora caldo ma le giornate si sono allungate, si sente e si vede che è periodo di Biennale, di sessione estiva, di cene in campo. Siamo su Zattere, adesso possiamo accelerare ancora, c’è più spazio, ma non meno turisti. Rientriamo da una calle piccola, è Anna che conosce la scorciatoia, ha detto, e all’improvviso ci ritroviamo davanti la chiesa della Salute. La più bella. La mia preferita. Adesso non la guardo, non c’è tempo. Guardo la fila per entrare al Museo, ci disponiamo tutte dietro l’ultimo della fila, riprendiamo fiato. E così questa struttura qui, bianca candida all’esterno per non dare fastidio alla Salute ma in muratura e legno dentro, è il Museo di Punta della Dogana. Ci sono tante persone, eppure c’è tanto spazio, per essere a Venezia. Guardo le mie amiche e come ognuna di loro, che a Punta della Dogana ci era già stata, si muove padrona degli spazi, sicura di come si avanza, a passo lento, tigrato, in un museo. Finora una testuggine romana per compattezza, ci siamo disperse, ognuna attirata dall’oggetto, dall’istallazione, dal colore che la chiama per primo. Per me è interessante il buio. E il laterizio. Per essere a Venezia, di pomeriggio tardo, di giugno, entra poca luce naturale, secondo me. Poi leggo un po’ una brochure della mostra. Artista vietnamita, di base a Berlino, la mostra parla di rotture, interruzioni improvvise attraverso gli oggetti della quotidianità. Vedo un pianoforte ma nessuno che lo suona; vedo una credenza verde chiaro, senza oggetti dentro; vedo dei lunghi cilindri, storti, disposti apparentemente a caso, tra una panca e un’altra credenza – sembrano peni, mi dico, due ragazzini che ridono osservando l’istallazione confermano la legittimità del mio dubbio. C’è tanta gente, tutti sembrano sapere dove stanno andando, cosa guardare dopo, cosa fare dopo. Io, all’improvviso non ho più un piano, non so dove sono. Ho perso le mie amiche e con loro il programma della serata. Vago esule tra pseudopeni di cartapesta, maschere, oggetti privati del loro talento e mi sento estranea, non capisco. Di nuovo la sensazione che cerco di evitare scappando, quella di essere fuori posto, da un’altra parte, senza meta, senza sosta. Ho sete di luce. Poi un raggio di sole mi colpisce, come se mi avesse ascoltato. Lo raggiungo, lo seguo verso una grande vetrata e, quando gli occhi si sono riabituati alla luce, guardo fuori. Oltre una grande barca a vela c’è il Canal Grande: anche il Bauer si gode i raggi del sole di giugno, Piazza san Marco è un po’ più in là, oltre ancora, riconosco il Danieli. È una vista mozzafiato, certo, è la vista che conosco, che capisco. Sento alle mie spalle la chiesa della Salute, so dove sono. Il mio museo è fuori, ci vivo, so dove andare. Prendo il telefono e scatto una foto, per quest’opera non c’è divieto di fotografare. Chiara mi ha trovato, ci ritroviamo tutte, siamo pronte ad andare, si cambia museo. “Allora, ti è piaciuta Punta della Dogana?”, mi chiede Anna mentre ci avviamo verso l’uscita. “Bellissima”, rispondo io.
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