Racconta il tuo museo - Racconto dell'utente

Filtra
Per lettera
MUSÉE DE L’ORANGERIE – PARIGI
Paola Potenza
13 Novembre 2019
Impressioni tra incanto e realtà
Lo so, dire Parigi, significa giocare facile. Eppure, proprio a Parigi, c’è quello che è il mio museo preferito, in assoluto. Dico in assoluto, perché, per me, che nei musei adoro perdermi, sceglierne uno in particolare non è mai facile. Così come non è facile starmi dietro, durante le mie scorribande. Per referenze in materia, rivolgersi al mio compagno, di vita e di (dis-) avventure. Tornando a noi, all'estremità nord-ovest dei Giardini delle Tuileries, lasciandosi alle spalle la magnificenza del Louvre, fin dal lontano 1852, sorge quel piccolo gioiello del Musée de l’Orangerie, dedicato all'arte impressionista e post-impressionista. Inizialmente nato come orangeria – e da qui il nome – presenta una struttura simile a una vera a propria serra, con gli immensi finestroni che guardano al giardino e alla vicina Senna. L’ingresso, dagli evidenti richiami ai templi della Grecia antica, di napoleonico gusto e memoria, si apre alla meraviglia. Il piano terra del museo, aperto al pubblico nel 1927, ospita, infatti, quello che può essere considerato a tutti gli effetti il testamento spirituale di Claude Monet. Un vestibolo, pensato dall'artista come ponte tra la realtà e l'atmosfera incantata, pronta ad accoglierti, ti introduce in due sale dalla forma ovale, progettate dallo stesso Monet, dedicate a ospitare “Les Nymphéas”, “Le Ninfee”, parte delle numerose tavole dedicate al tema dal pittore e da questi donate alla Francia. Già di per sé ciò sarebbe sorprendente. Eppure, ciò che ti appare davanti agli occhi è qualcosa che supera ogni possibile immaginazione e ti proietta in un luogo ricco di magia. Ogni parete delle due sale è totalmente rivestita da pannelli, che raccontano di paesaggi d’acqua, abitati da ninfee e salici, e in cui le nuvole e gli alberi adorano riflettersi. Il blu ti avvolge, ti abbraccia e ti trasporta fuori dal tempo e dal rumore. Il giorno e la notte si susseguono, seguendo il naturale orientamento della luce. Le panche, anch’esse ovali, ti consentono di sederti al centro della sala e di soffermarti sui particolari. Prima di visitare un luogo, ho l’abitudine di documentarmi, quindi io e il mio compagno abbiamo programmato l’ingresso al museo: siamo entrati all’ora di pranzo, per goderci l’effetto della luce piena, e siamo ritornati nelle sale al crepuscolo, proprio per apprezzare le sfumature dorate di “Sole al tramonto”. Un pranzo leggero nel caffè e un giro nella libreria e siamo pronti per “calarci” al piano successivo. La meraviglia, si sa, genera sempre nuova meraviglia. Un ambiente diviso in sale dalle pareti azzurro grigie, accoglie lo spettatore e la “Collezione Jean Walter & Paul Guillaume”. Un susseguirsi di spazi, ognuno dedicato alle 146 opere di uno, o più artisti. E tu, con gli occhi che brillano, e il cuore in subbuglio, ti lasci guidare in un immaginario percorso dai dolci colori pastello di Renoir, dalle ambientazioni familiari e domestiche di Cézanne, dal paesaggio di Gauguin, dal femminino di Matisse, dal blu di Picasso, dai lunghi colli di Modigliani, dall'umanità di Derain, dalle affascinanti donne grigie di Laurencin, dalle infinite nuvole di Sisley, dagli scorci francesi di Utrillo, dalle visioni distorte di Sautin e dal ritratto di Paul Guillaume di Van Dogen. Ritorna anche Monet con il celeberrimo “Argenteuil”. Se nel vicino Musée d’Orsay, mi aveva commosso “Intimità” di Carrière, qui affido un pezzo del mio cuore al tenero e malinconico “L’abbraccio” di Picasso. Insomma, l’Orangerie è un splendida e opulenta chicca, da cui riemergi in pace con l’anima e colmo di emozione. Non tutti ricordano di inserirlo nel proprio itinerario, una volta a Parigi. Inutile, quindi, suggerirvi di visitarlo, ma non prima del 2020, mi raccomando. Ho scoperto che la “Collezione Walter-Guillaume” si è, infatti, presa un meritato periodo di riposo. Non vi ho ancora convinto?! Bene, sappiate che il museo, all’esterno, è circondato dalle sculture di Rodin.
Accedi per commentare