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Museo Etnografico di Schilpario e della Val di Scalve
Franco Cavalleri
14 Novembre 2019
Il racconto dell'armadio
Raccontare un territorio, le sue storie e quelle delle sue genti, le vicende che ne hanno marcato e caratterizzato lo sviluppo, nel tempo e nello spazio. Nel tempo, seguendo quel filo rosso che lega le generazioni una dopo l’altra; nello spazio, per scoprire e comprendere le connessioni tra un territorio e il mondo esterno. Quello vicino, e quello lontano. Questo dovrebbe essere il ruolo e la missione di un ecomuseo, di un museo del territorio. Ce ne sono migliaia, in Italia, diffusi in tutto il Paese, sia pur con una certa prevalenza nelle regioni settentrionali. Questo è, in effetti, quello che il Museo Etnografico di Schilpario fa. Una visita nei suoi tre piani di esposizione è un’esperienza veramente da rimarcare, permette un viaggio lungo migliaia di anni di sviluppo del territorio schilparino e della Val di Scalve, di vivere il racconto della vita di una comunità che per lunghi secoli ha dovuto far fronte a condizioni di vita a dir poco difficili, ma non ha mai abbassato la testa, non si è mai arresa. Il punto di partenza della visita è altamente significativo. Sembra un vecchio armadio, di quelli che si possono vedere nelle case dei nonni, o forse un grande baule da viaggio di una volta. In realtà, è un’opera d’arte, realizzata da Valentina Bettineschi pochi anni fa, nel 2016. Completano l’opera, due grandi drappi trasparenti, applicati a guisa di tende, su cui sono stampati dei volti, come fossero delle Sindone. Volti di donne, di ragazze, di uomini: sono i volti degli schilparini, degli scalvini. I volti di persone di questa comunità. Un’opera che vuole simbolicamente unire i concetti di ‘casa’ e di ‘viaggio’, che sono poi quelli di spazio e tempo. “Varcare la soglia tra passato e presente”, dice la didascalia applicata all’opera. In effetti, siamo proprio di fronte ad una soglia, oltre la quale il visitatore del museo ha modo di proiettarsi in un’altra realtà, un’altra dimensione. Un altro tempo, un altro spazio. Il ‘racconto’ delle storie di Schilpario e della Val di Scalve si snoda attraverso piccoli spazi che raccontano di eventi o di costumi, usanze particolari: quasi dei capitoli di un libro. C’è la raccolta di attrezzi, indumenti, oggetti qualunque di vita quotidiana all’interno della tipica casa schilparina: dalla macchina per il caffè al mattarello per stirare la pasta, dalle padelle e pentole che le massaie di una volta usavano per preparare da mangiare, o per lavare gli indumenti, agli arredi per la camera da letto, la bacinella per lavarsi, il ‘prete’ per scaldare le lenzuola prima di andare a letto. C’è il racconto del dramma della Grande Guerra, particolarmente doloroso in un territorio posto non lontano dalla prima linea – la Val di Scalve confina con la Valcamonica e attraverso questa con l’Adamello e il Trentino, all’epoca territorio imperiale asburgico - e i cui figli furono chiamati in gran numero a costruire trincee e gallerie in alta quota, facendo leva sulla loro esperienza come minatori. Particolarmente d’effetto le parole, le riflessioni, di un soldato dell’epoca, “I morti è meglio non sappiano quello che sanno fare i vivi...”. Pezzo forte di questo primo piano è probabilmente il meccanismo che regolava l’orologio del campanile: un bellissimo esemplare dell’ingegnosità meccanica e costruttiva dell’uomo. È posto accanto ad un altro pezzo molto pregevole, un grande telaio per filare in legno. Insieme, permettono di ammirare la capacità umana di ideare e costruire strumenti complessi, per il lavoro e per la vita quotidiana. Per misurare il tempo, e per lavorare meglio. Nel caso dei telai e degli arcolai, poi, a Schilpario come ovunque, in Lombardia e anche negli altri territori, erano attività tipicamente ‘da donna’. Nessuna discriminazione, tutt’altro, hanno rappresentato la prima grande occasione di indipendenza per le donne, la prima possibilità di avere un reddito proprio, di contribuire attivamente – e non solo come madri ed educatrici – al bilancio di una famiglia. I due piani inferiori sono il fulcro del museo. Qui sono raccolti alcuni pezzi unici della storia di Schilpario e delle sue genti. Le miniere, con una raccolta di attrezzi per lavorare nelle viscere della montagna, di oggetti utili per la vita quotidiana del minatore. Testimonianze della durezza della vita sottoterra. Un’immersione in profondità nella storia dei minatori schilparini è possibile con una visita alla Miniera Giaffoni, non distante dal centro di Schilpario. Consigliata per comprendere meglio l’epopea di questa gente. Poi ci sono i numerosi attrezzi e strumenti per lavorare i raccolti dei campi e della terra, dal lino, coltivazione ‘povera’ tipica di queste valli, utile come componente di una dieta alquanta deficitaria – come dimostrato dalle numerose patologie legate alla mancanza di una dieta equilibrata che hanno caratterizzato gli abitanti di queste terre per secoli, anche oggi – ma anche come elemento di scambio con ‘le genti di pianura’, in quanto ricercato come materia prima per l’industria farmaceutica, per esempio, al ferro. La stessa macina poteva servire per lavorare l’uno o l’altro, secondo la stagione: il lino e altri cereali in estate, il ferro e altri minerali in inverno. L’ingegnosità e la capacità costruttiva che gli strumenti esposti presentano è incredibile: senza fare uso di chiodi metallici, facendo affidamento solo sul legno, gli scalvini hanno realizzato macchinari altamente flessibili, capaci di lavorare in modo diverso materiali diversi. Perfino i ‘denti’ della grande ruota della macina sono in legno e non in metallo. D’altronde, il legno era sicuramente più a buon mercato del ferro, e poi quest’ultimo doveva essere venduto al mercato cittadino, e portare soldi alla comunità. Un visitatore attento non può non passare minuti e minuti ad ammirare come falegnami, carpentieri e minatori schilparini e scalvini hanno affrontato e risolto i problemi ingegneristici che si trovavano di fronte, l’ingegnosità con cui hanno costruito queste macchine, un’ingegnosità che sconfina nel senso estetico e che non si può fare a meno di ammirare. Pensando, immaginando, questi falegnami e carpentieri al lavoro, nei loro mulini, intenti alle loro macine, trasportando sacchi e sacchi di semi di lino da trasformare in farina ed in olio, barili di sassi da spezzare e sminuzzare per estrarne ferro e altri minerali. Lavori duri, sia quello in miniera che quello nei campi, e anche quello nei mulini, lavori che non bastavano a sfamare una popolazione sempre al limite del collasso demografico. Per trovare lavoro, gli schilparini dovevano emigrare. Verso la pianura, Venezia, Bergamo, Milano; verso la Svizzera, la Germania e l’Austria. c’è anche questo, nell’ultimo piano del Museo Etnografico. Documenti, immagini, scritti, sul fenomeno dell’emigrazione. Lettere di schilparini emigrati, che raccontano della loro vita, delle difficoltà che incontravano in paesi stranieri in mezzo a persone di cui non comprendevano la lingua. Una visita altamente consigliata, al Museo Etnografico così come alla Miniera Gaffione, due momenti assolutamente imperdibili per scoprire la storia di questa gente, di questo territorio.
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