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new york city fire museum
emanuele straccia
17 Novembre 2019
Una sorpresa a Manhattan
NEW YORK CITY FIRE MUSEUM Emanuele Straccia 17 novembre 2019 Una sorpresa a Manhattan Lo ammetto, la visita a questo museo non era prevista. Camminavo per le strade di Manhattan e me lo sono trovato davanti. Mi ha attirato l’insegna Fire Museum, sulla facciata una gigantesca bandiera americana. Qui non tirano fuori le bandiere solo quando c’è il mondiale di calcio, ne sono così orgogliosi da esporla con fierezza anche davanti alle abitazioni private. E soprattutto, come dimenticare quello che hanno fatto i vigili del fuoco a New York l’11 settembre 2001? Senza rifletterci troppo, decido di entrare. Il museo è molto piccolo, sembra quasi di entrare in una casa, leggo nella brochure informativa che si tratta di una caserma dismessa, restaurata per accogliere il museo. All’interno si fa un salto nel tempo, con la storia dei mezzi di soccorso, dai primi carri trainati da cavalli ai primi mezzi a motore con i grandi clacson, con le dotazioni più elementari come scale, autobotti, secchi. I mezzi più moderni, immensi e super accessoriati, sono visibili quotidianamente lungo le strade, tutti li abbiamo fotografati almeno una volta. New York è stata colpita molte volte nella sua storia da incendi di proporzioni devastanti e i Vigili del Fuoco hanno sempre avuto un posto speciale nel cuore dei suoi abitanti. C’è la sala dedicata agli equipaggiamenti, a seguire la zona delle Istruzioni per l’uso, “cosa fare in caso di incendio”, e poi, all’improvviso, mi trovo nella stanza dei ricordi: sui muri sono appese foto e ricostruzioni di alcuni incendi, le testimonianze dei vigili accorsi per domare le fiamme, i ringraziamenti di quanti hanno avuto salva la vita grazie ela loro intervento. A questo punto, mi trovo davanti ad un pannello che occupa quasi tutta una parete, sulla quale sono riprodotte tutte le foto dei 343 vigili del fuoco che hanno perso la vita l’11 settembre, dimostrando un coraggio eroico. Scorro velocemente i loro nomi, molti di origine indubbiamente italiana, e sento un nodo alla gola ricordando i tragici eventi che hanno provocato il sacrificio di queste e molte altre vite. Intorno ci sono alcune divise e caschi recuperati sotto le macerie, sporchi e semi distrutti. Ma la cosa che attira di più la mia attenzione è una teca in angolo della stanza: al suo interno c’è una macchina fotografica, una Nikon se non ricordo male, di quelle analogiche, col rullino. È quasi accartocciata, l’hanno ritrovata sotto le macerie del World Trade Center, e sviluppando la pellicola che era al suo interno, hanno scoperto alcune foto che l’ignoto proprietario della macchina aveva fatto praticamente da sotto le torri prima che crollassero, pochi minuti dopo l’impatto degli aerei. Un brivido mi corre lungo la schiena, nella teca c’è una di queste foto e il punto di vista è assolutamente inedito rispetto alle immagini che tutti abbiamo visto in televisione. Non posso fare a meno di chiedermi se chi l’ha scattata è poi riuscito a mettersi in salvo, magari aiutato da uno dei vigili del fuoco poi perito sotto le macerie, o se anche lui è stato vittima di quel sanguinoso attentato. Mi avvio all’uscita, rendendomi conto di aver visitato un vero e proprio gioiello: siamo lontani dagli sfarzi e dalle opere dall’immenso valore artistico, e non solo, che si possono ammirare nei musei più blasonati di Manhattan, come il Moma o il Guggenheim. E probabilmente chi entra al New York City Fire Museum, come me, ci arriva per caso. Qui però mi sono emozionato come poche altre volte in un museo. Emanuele Straccia
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