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Museo Botero a Bogotá
Brunella Muttillo
18 Novembre 2019
Un piccolo scrigno di bellezza sulle Ande
Sono una persona indecisa, sempre. Si tratti di viaggi, di un piatto, di un vestito, di qualsiasi cosa, non ho mai la sicurezza e la prontezza di rispondere: ‘Si, voglio questo’. La mia scelta non è mai immediata, ma risente sempre di troppi condizionamenti inconsci. O forse, semplicemente, fa i conti con la complessità della scelta. Scegliere non è facile. E non è per tutti. È come assumersi una grande responsabilità, la responsabilità di escludere infinite altre possibilità e di dare l’opportunità di essere ad una cosa sola. Eppure per una volta mi sono stupita di me stessa. Il mio museo preferito…Ne ho visitati tanti in Italia e in giro per il mondo. E, con gli anni, ho maturato un rapporto problematico con i musei. Sento una certa riluttanza a visitare musei. Quando visito una città, voglio viverla e non mi va più di rinchiudermi in un mondo altro, un mondo cristallizzato e il più delle volte sovraccarico di oggetti che mi provocano un senso di vertigine, che diventa malessere fisico. Tornando alla domanda…Il mio museo preferito… Avrei dovuto andare in crisi anche questa volta e perdermi nei meandri delle infinità possibilità di scelta e invece no. Non ho avuto dubbi. La mia risposta è partita in automatico, è stato quasi un riflesso incondizionato. Il museo Botero a Bogotá. Perché questa scelta? Il cuore, come sempre, c’entra molto. Sono molto legata alla Colombia e a Bogotá in particolare, nonostante tutti i contrasti e le brutture di una terra martoriata da tempo immemore (e credo senza speranza di rinascita). Un legame strano, che ha alti e bassi, che disgusta ma attrae al tempo stesso; un legame subdolo, che non contempla la testa, ma ti prende le viscere. Ogni volta che torno a Bogotá (almeno una volta all’anno da ormai più di dieci anni) il museo Botero è la tappa fissa. Ormai conosco a menadito la disposizione dei quadri, ho quasi imparato tutti gli autori. È come tornare a casa. La garanzia che nulla è cambiato. Mi fa stare bene. Perché? Primo. Perché è una sorpresa, è qualcosa che non ti aspetti nel cuore della capitale colombiana. Vanta un corposo numero di opere di Botero (più di un centinaio) ma anche una grande collezione di opere di artisti internazionali. Dalì, Picasso, Chagall, solo per citarne alcuni. Un regalo che il maestro Fernando Botero ha fatto alla sua terra natia. La collezione infatti fu donata dall’artista colombiano al Banco de la República, nel 2000, dando così vita ad una delle più importanti collezioni di arte internazionale dell’America Latina. Secondo. Perché è bello perdersi nelle morbide pieghe del mondo di Botero. Un mondo popolato da figure enormi, paffute, che rivendicano la propria esistenza attraverso la dilatazione dei volumi e l’alterazione delle proporzioni. Sono tante le tele ma anche sculture, il mezzo espressivo per eccellenza per conferire ancora più peso alle figure statuarie del mondo di Botero. Mi piace sentirmi circondata da tutta questa sostanza, da tutto questo peso che non sento pesante, da questo volume che mi tiene ancorata alla terra. Che ti ricorda che sei viva perché hai un corpo, hai un tuo peso, di cui non devi provare vergogna. Tutto è così morbido, pacioso. Anche i tetti delle case diventano sinuosi. Gli angoli, le spigolature scompaiono. Sembra tutto attutito. Non fa male. È quasi materno. Tre. È accogliente. È aperto a tutti, l’entrata è gratuita. C’è una mano gigante di Botero ad accoglierti all’entrata. Ti abbandoneresti nella morbidezza di questa sconfinata mano paffuta, quasi di bambino gigante che ti culla. Quattro. La bellezza architettonica e la vista privilegiata delle Ande. È un’oasi di bellezza sulle Ande. È per me un invito alla contemplazione. È in un edificio in stile coloniale nel cuore della Candelaria, il centro storico (quel poco che ne resta) di Bogotá. Un piccolo scrigno di bellezza in mezzo alla povertà e alle brutture della città. È disposto su due piani ed è aperto su un meraviglioso patio con una fontana e fiori colorati. Ai lati del patio ci sono dei sedili in pietra coperti da comodi cuscini. Da un lato si scorge anche il Monserrate, la cima che domina il centro di Bogotá, a più di 3000 metri. Tutto trasmette un senso di pace indescrivibile. Ti siedi lì, ti lasci cullare dal rumore dell’acqua e contempli la bellezza del patio e delle Ande. E il tempo sembra fermarsi. Cinque. Perché è piccolo. Sembra banale ma non lo è. Io odio i musei grandi, enormi, sconfinati. La mente umana non può immagazzinare tutti quegli stimoli. La testa diventa sovraccarica e le emozioni si dissolvono, la stanchezza da mentale diventa fisica e l’esperienza diventa per me insopportabile. I miei occhi non ce la fanno a vedere così tanto. La mia mente non riesce e neppure il mio cuore. È troppo per me.
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