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Louvre
Schiappadori Roberta
18 Novembre 2019
29 febbraio 2020
Aspetto. E i miei occhi non riescono a staccarsi da terra. Sono arrivata fino a qui guardando il parquet, il marmo dei pavimenti, i gradini resi irregolari da milioni di passi. Conosco a memoria le macchie e i graffi di questi stivali che mi accompagnano da anni, mentre nelle orecchie risuonano accenti stranieri e lingue che non conosco. Non smetto di chiedermi se Delacroix, Géricault, Monet hanno calpestato le stesse assi, percorso gli stessi corridoi. Quanti di loro si sono seduti qui, un taccuino tra le mani e la voglia di essere felici? Cosa hanno impresso i loro occhi sulle tele? Era davvero così, questo palazzo, prima che arrivassero loro a rubare i dettagli delle sue opere? Prima che anche io fossi qui ad aspettare, osservando i pavimenti del Louvre? Se alzassi lo sguardo dovrei ammettere che, anche davanti ai quadri più belli del mondo, non riesco a smettere di far battere furiosamente il mio cuore perché non sei qui. Non ti siederai davanti alla Zattera della Medusa con le lacrime agli occhi, pensando ancora una volta che sì, la Libertà che guida il popolo ti riempie la testa con le note di una marcia trionfale, ma che quello di Géricault è il solo quadro che abbia mai rappresentato la speranza. “Madame, pardonne-moi, quelle heure est-il?” Senza nemmeno pensarci scosto la manica del cappotto. Guardo l’ora veloce: “Il est deuze heure cinq.” “Merci.” “À vous.” Mi guarda smarrita, e nonostante le sembri una stupida vecchia le sorrido. È passata un’ora. Respiro, alzo gli occhi. Sono ancora qui. Il 29 febbraio del 1972 era martedì. Avevo 22 anni, ed ero a Parigi per la prima volta. Immobile davanti al vecchio ingresso del museo guardavo incredula il cartello “FERMÉ”, gelata per la pioggia che mi aveva quasi impedito di attraversare il Jardin des Tuileries. Arrivasti di corsa, senza ombrello, più fradicio di me, e scostandomi senza grazia provasti ad aprire la porta. “É chiuso” dissi sconvolta, in italiano. “Chiuso?” mi rispondesti, alzando lievemente le sopracciglia. Amai alla follia quel’impercettibile movimento di sorpresa in un volto che non faceva trapelare nessuna emozione. Indicai il cartello. Mi guardasti come se fossi l’ultimo baluardo di umanità rimasto nella città deserta, viva solo per il suono dell’acqua che si riversava dai tetti nelle grondaie, scivolando sull’ardesia come un torrente di montagna in piena. “Sono le 11.00, prendiamoci un caffè. Anche se fa schifo.” “Ma io sono qui per il Louvre...” risposi. “Lo vedrai il prossimo 29 febbraio.” Da allora, ogni quattro anni, alle 11.00 in punto, ci siamo ritrovati davanti a questa tela enorme. Sapevo ti avrei trovato seduto ad osservare i cadaveri, la disperazione dei superstiti, la nave che si avvicina sulla linea dell’orizzonte, le nubi che si disperdono, la speranza che lentamente risale dalle onde fino ad arrivare al cuore del marinaio che brandisce quei frammenti di tessuto bianchi e rossi che ci sembravano animati di vita propria. Li osservo meglio, mentre stringo nella mano destra il ritaglio di giornale consunto da due anni di carezze su cui c’è scritto il tuo nome. Esco lentamente dalla sala dei grandi dipinti francesi, ed improvvisamente tutto collassa alle mie spalle: ogni atomo del Louvre cessa di vivere mentre mi allontano dal grande museo per l'ultima volta. Piove su Parigi, ma finalmente i miei occhi guardano il cielo.
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