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Museo Giovanni Antonio Sanna
antonio medde
26 Novembre 2019
Il Mediterraneo dentro un'isola
Le vaste distese di mare delle terre di mezzo, sono state, fin dalle più remote epoche, le grandi strade dell'incontro fra l'Oriente e l'Occidente. È l'epicentro di un infinito viaggio, di lunghi percorsi millenari, di pericoli e insidie e tragedie, acque in perenne movimento. Al centro di questo nostro mare che chiamiamo Mediterraneo, vi è una terra. Si tratta dell'isola dai molti nomi: la Sardegna. La terra che i Greci chiamavano poeticamente argyròphleps nesos, 'isola dalle vene d'argento', per la sua grande ricchezza di metalli preziosi, soprattutto l'argento. David Herbert Lawrence scrisse che «Questa terra non assomiglia ad alcun altro luogo», ma in realtà si potrebbe dire che in Sardegna sono presenti infiniti altri luoghi. Nuragici e Micenei, Fenici e Greci, Cartaginesi e Romani e tanti altri mondi si compenetrano in questa isola. E tutto ciò che è avvenuto in questo mare, vi ha lasciato un segno. A Sassari, nella mia città, nel nord-ovest della Sardegna, vi è un museo che racchiude infinite tracce di questo lungo cammino. Il museo, che prende il nome dal finanziere, editore e deputato sassarese Giovanni Antonio Sanna, fu inaugurato nel 1931 e sorge in un parco ricco di verde, una sorta di oasi nel pieno centro della città. Il bellissimo edificio, dalla facciata in stile neoclassico con frontone a timpano, ospita alcune decine di migliaia di oggetti rinvenuti nella Sardegna centro-settentrionale che coprono un arco temporale lunghissimo, dal Paleolitico all'alto Medioevo. Le vetrine si succedono una dopo l'altra. Il visitatore si trova di fronte a frammenti di una foresta pietrificata preistorica, punte di freccia in selce e ossidiana, corredi funerari, divinità femminili tipiche della cultura preistorica sarda, gioielli fenici e cartaginesi, mosaici e statue romane, ma ciò che maggiormente scaturisce emozioni è quello che si potrebbe definire un “fermo immagine” di una civiltà: i celebri “bronzetti”. E pensare che nel 1793, nella sua Storia dell'Arte nell'Antichità, il grande studioso dell'arte classica Johann Joachim Winckelmann, considerato il padre dell'archeologia, menziona alcune piccole sculture di bronzo sarde, definendole, “ganz barbarish” (“assolutamente barbare”). Non si tratta solo di oggetti, ma di vita reale. Il pensiero va ad un semplice vaso che reca impresse le dita, esili e fragili, di una donna o all'impronta di polpastrello lasciata da un artigiano fenicio su un piatto. Gli oggetti e la loro storia scandiscono un lungo itinerario culturale e di sviluppo delle antiche comunità della Sardegna, che per un lungo tratto, è segnata dal continuo confronto e scambio con le popolazioni di tutto il Mediterraneo. Non rimane altro che visitarlo...
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