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Castello di Rivoli - Museo d'arte contemporanea
Alessio Moitre
27 Novembre 2019
Prima prima, prima, ora
Un cavallo lo puoi anche issare, sospendendolo in aria con una corda, facendogli distendere gli arti permettendogli d’osservare il suolo da una prospettiva irrazionale per la sua natura. Renderlo giudicabile e vulnerabile allo stesso tempo. Ma era un atto di così evidente crudeltà ai miei occhi che il solo fatto di pormi al di sotto del suo ventre, fasciato da una cinghia in cuoio, mi predisponeva come un uomo che sfidasse il pericolo per aiutarlo, intento nel valutare la strategia migliore d’attuare per farlo scendere, per riportarlo dove gli zoccoli indicanti puntassero. Eppure, appena conosciuta la paura per quella figura incombente sul mio capo, mi svelavo esserne incuriosito. Non bastò la surreale prospettiva a stordirmi perché granivo delle domande illogiche eppure così distanti dalla mia condizione adolescenziale che mi provocarono un fremito, come uno spiro d’aria sulla schiena. Scrutai la stanza, le pareti affrescate, i marmi sul pavimento, le sculture. In mezzo ad un tale subisso di estetica non mi capacitavo di come un artista, uomo o donna, avesse mai potuto compiere un gesto così sfregiante. Forse dove il povero quadrupede dal manto baio e ormai rassegnato rimaneva a penzolare, si sarebbe potuto montare un lampadario o lasciare che il soffitto a volta si esprimesse nei suoi colori abituali, resi squillanti dal pomeriggio soleggiato entrante dalle alte finestre. La stanza del castello era gradevole, anche riparata rispetto alle precedenti, di una corretta dimensione per essere abitata. Il caminetto lasciava intendere una certa convivialità che avrei di certo stentato a mostrare se un cavallo mi fosse a pochi metri dalla testa. Ed anche camminando, per postergare quella visione, mi voltavo per cercare lo sguardo dell’animale e appena svoltato tesi l’udito nella speranza che un botto mi segnasse l’avvenuta liberazione, seppur dolorosa, del cavallo. Tutte le sale, invero, non mi erano congeniali. Il senso di straniamento di taluni opere, se non pittoriche, dove in certi frammenti mi pareva di trovare maggiore comprensione, mi riportava al senso della mia venuta e dell’assenza di logica che faticavo a scovare in lavori che, per istituzione del luogo, erano ritenuti senza dubbio contemporanei, dunque a me affini, se non famigliari per tematiche, tecniche, stili. Di certo, invece, vi era la mia formazione, ancora liceale, quasi universitaria e le poche nozioni ricevute. Eppure non ritenevo che fosse la mia ignoranza ad essere sotto giudizio ma la mia ancora tenue mancanza di curiosità e dunque anche di critica. Lo pensai di fronte all’opera di un bambino dalle mani inchiodate al banco di scuola, seduto, costretto al pari del corsiero ad accettare, a soccombere alla sua frustrante condizione di danneggiato. Qui però vi era anche il dolore, esibito in buon ordine, senza scomporsi, in faccia al muro. Il volto me lo negai. Avevo una ancor più accentuata sensazione di paura rispetto alla visione del purosangue. Gli occhi dell’animale me lo facevano sentire fraterno, forse anche per quella banale, di altro si potrebbe affermare ma di banalità in fondo posso parlare, frustrazione impubere dei diciottenni. Tanto normale quanto urticante nella resa al mondo con scatti, contraddizioni, errori perlopiù derubricati come bambocciate. Non desideravo salvare quel bambino che la didascalia mi rendeva noto chiamarsi “Charlie”, anzi, avevo una sadica partecipazione all’orrore di quell’atto compiuto, forse, anche, per mia adesione alla società. La scuola dell’obbligo la stavo abbandonando e quel passeggiare tra le sale non era più una costrizione scolastica ma una libera scelta, per giunta culturale. Potrà apparire falso ma me ne resi conto solo ad un tratto, senza un preavviso preciso, un ondante trasporto di flutti che fecero giungere a riva una considerazione così inattesa. Io, il museo, anche se della mia stessa città, non l’avevo mai frequentato. Il piazzale antistante era luogo di ritrovo ma il muraglione alle spalle sembrava solo un orpello del paesaggio ed ora che mi ritrovavo tra quelle mura ed osservavo a mia volta i sampietrini della piazzetta, potevo scorgere altri giovani gozzovigliare sulle panchine in una chiassata godereccia. Se c’è mai stato un uomo che abbia saputo quando il tempo dell’adulto si fosse seduto al tavolo della propria personalità, io me ne potevo fregiare. Il ricordo avrebbe avuto odore di cera, conegrina e terra, quella di un certo Long che imbrattando un muro ne aveva creato un cerchio di fango, con schizzi sarmentosi indirizzati nelle diverse direzioni. Nella sala bianca e ialina, si stava apprestando l’arrivo di una comitiva. L’urlio fremeva sulle scale poco distanti. Avevo indugiato nel silenzio ed ora mi urtava la Cafarnao degli astanti intenti a disperdersi, ad aggiustarsi le giacche, a scambiarsi occhiate. Feci il percorso inverso. Scritte alle pareti, “Indotta a scorrere, ridotta a bruma” e se fossi risalito per la rampa avrei veduto altro. Un palo, dal pavimento al soffitto, lungo e sottile, divideva lo sguardo e non mi faceva sostare sui mattoni e i dettagli della struttura lasciati a vista. Lo trovavo gradevole e quella piacevolezza non mutò nemmeno nel corso degli anni, quando mi riaffacciai con una coscienza che, progressiva, andò ad aumentare per le mostre e dunque alle opere che si alternavano. Lawrence Weiner è ancora vivo. Che buffo soggetto è, dall’aspetto boscaiolo, con una barba gnomica che ti si imprime al primo sguardo. Deve provare un certo gusto nelle sue opere, forse anche un’alterata forma di irriverenza che mi pareva di aver intuito nelle sue creazioni, come le scritte ed il palo, nonostante l’apparente serietà, dove essa si mostrasse. Transitando per la biglietteria acquistai il catalogo, per una somma che mi parve forte, se non eccessiva. Accostare i nomi alle opere affievoliva il mistero. Anche se il buonsenso rendeva evidente la questione, il fatto stesso di esserne all’oscuro generava in me un sentimento di scoperta e di analisi sui materiali, le proporzioni, il senso. Come se l’oggetto provenisse da un luogo sconosciuto o da una galassia remota. Si può dire che provassi un misterioso piacere nel non sapere che Sol Lewitt avesse creato un’opera dalle fattezze mesolitiche e dai colori riempienti in una sala che trovai ristretta nelle opprimenti architetture. Che un signore di nome Pistoletto avesse generato un manufatto che avrei voluto in camera mia, stante a irragionevolezza della richiesta viste, tra le varie problematiche, le dimensioni dello specchio. Il blu della stanza di Baumgarten me lo portai invece dietro, ricordandomelo, e lo ricreai nella mia camera, anche se omisi le scritte che al Museo ne riempivano il senso. E poi l’elenco sarebbe potuto proseguire ma il mio intento, a quindici e più anni dalla prima visita, rimane di domandarmi, infantilmente, me ne rendo conto, se facendo scendere quel cavallo da mezz’aria, per esigenze allestitive o altro, gli addetti provassero una reazione empatica, o una forma di costrizione più sentimentale che fisica. Ne sarei curioso, senza dubbio.
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