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Musei Capitolini, Roma
Alessio Fratini
27 Novembre 2019
Il suono di una voce
La potenza emotiva di un luogo d'Arte può cambiare la percezione della realtà che ci circonda anche per pochi istanti. Può colmare il vuoto di uno stato d'animo, far amare un lavoro che è mera routine e sopportare persone che fino al giorno prima non avremmo più voluto vedere. E' accaduto a me quando incontrai i Musei Capitolini. Lo ammetto la mia obiettività vacilla, sono romano e con i monumenti della mia città ho un legame empatico al pari delle persone e per entrambi non conosco le sfumature: o mi chiudo in me e pongo una distanza oppure mi apro a loro e do l'anima. Come potevo rimanere glaciale di fronte ai Capitolini? Impossibile. Io che avevo studiato arti decorative, che amavo l'arte figurativa e la scenografia avevo ricevuto questo dono: lavorare per i Musei Capitolini, non so per quanto tempo ma so che a me sarebbe bastato. Arrivavo molto presto al mattino perché, come consiglio sempre ai miei visitatori, Roma può essere apprezzata e compresa o al mattino presto o la notte. In queste ore noi siamo soli con questa città che non a caso è definita eterna, in quanto lo spazio e il tempo che ci connette è scandito dalla nostra dimensione interiore e dalla memoria. Essa' è l'unico elemento che ci permette di non definire mai, in cui passato e presente convivono. Per arrivare al museo sceglievo un itinerario diverso; un giorno percorrevo gli ampi gradini da via del teatro Marcello e raggiungevo piazza del Campidoglio, camminavo lungo i bordi bianchi del pavimento marmoreo che mi appariva come la trama gigante di un centrino, al centro del quale il Marc Aurelio spiccava dal suo bronzo non più dorato come un tempo. Altri giorni salivo invece da via dei fori imperiali e percorrevo la strada verso il carcere mamertino per guardare i primi raggi di sole che inondavano il foro romano, uno spettacolo che nessuna mia parola potrà mai spiegarvi. Da li salivo le scale e poi la salita curva verso il Campidoglio e nel silenzio del mattino sentivo solo l'acqua della fontana della dea Roma al centro della piazza. Il mio lavoro poteva alternarsi tra i Musei Capitolini e Palazzo Nuovo, l'edificio gemello che gli sta di fronte. Mentre salivo in ufficio per ricevere procedure e indicazioni dal mio superiore pensavo già alle domande stereotipate a cui avrei risposto ( e a cui rispondo tutt'ora che lavoro in un altro museo); Dove si trova la lupa? E il Marc' Aurelio? I quadri di Caravaggio? Si signora si trovano alla pinacoteca, si il biglietto prevede degli sconti, e così via. Ma l'alienazione lasciava il posto alla bellezza. Già all'ingresso dei Capitolini mi accoglievano i frammenti della statua colossale dell'imperatore Costantino, mi soffermavo a pensare a come potesse apparire la statua oggi nella sua imponenza e mi mancava il fiato. Poi salivo al primo piano, alla sala degli Oriazi e Curiazi impreziosita da affreschi e marmi di ogni colore e venatura, vene nelle quali scorreva un sangue ancora vivo. Per raggiungere il Marco Aurelio passavo tra file di statue e busti alcuni integri e altri con parti mancanti che mi rapivano, forse più struggenti di quelle perfette mentre i passanti davano loro occhiate indifferenti, tutti pronti a scattare fotografie al grande Marco Aurelio. E non si accorgevano che, a pochi metri dietro un angolo discreto, era esposta la statua in bronzo dorato dell'Ercole Capitolino, gemma inestimabile e maestosa nella sua perfezione atletica. Ma il protagonista assoluto era una statua in marmo e per venerarla dovevo raggiungere il Palazzo Nuovo, grazie ad un magico sottopassaggio pieno di reperti e vedute sui fori. Finalmente raggiungevo la sala del Galata, una statua di rara bellezza. Era bello osservarla senza il rumore e la frenesia dei visitatori, avevo sempre con me un blocchetto e una matita e iniziavo a disegnare questo schiavo morente cristallizzato nel marmo nel momento dell'agonia. Disegnavo e soffrivo con lui per quanto pareva vero e "vivo", tracciavo dei segni e il mio istinto era quello di sorreggerlo come per alleviare il suo esanime sforzo. Il mio incantesimo però stava per finire, Il Galata avrebbe rivestito il suo ruolo per il suo amato pubblico, io sarei stato immerso dalla folla, dai click asettici di qualche fotocamera. Ma ero fiero perché per pochi attimi dal mio silenzio e da quello del Galata era scaturito un suono, una nota. Non so se sono riuscito a comunicarvi l'eternità della mia Roma ma sono sicuro che tra le sale di capitolini, sentirete la sua voce.
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