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Museo Poldi Pezzoli
Elena De Giglio
30 Novembre 2019
"17 Aprile 1510"
17 Aprile 1510 Lorenzo amico mio, mi rivolgo a te che sei morto, perché nessuno tra i vivi considera più Alessandro Botticelli un maestro. La mia arte ormai è superata e sono destinato a essere dimenticato. Sembrano ormai lontani i giorni in cui comparivano nelle mie opere volti sereni, ricche vesti dai colori accesi e frutti di quella natura benevola che i miei occhi non riconoscono più. Nelle mie opere si poteva osservare il mio amore per il mondo, influenzato dalla tua presenza e dal tuo pensiero innovativo, che ha portato Firenze ad elevarsi sopra le altre città. Le tue imprese diplomatiche hanno portato ricchezza e pace alla città, e proprio questa tranquillità traspariva nelle mie opere: la tua guida ha garantito a tutti noi libertà per pensare e per creare. Nella quiete della tua corte circolavano idee innovative, per quanto antiche, riscoperte nelle pennellate dei pittori e nelle parole dei letterati, segni di un immortale splendore. Ed è proprio ispirato da questi ideali che ho dipinto la Madonna Col Bambino, uno dei miei lavori migliori. Tutto in questo quadro ha un preciso significato dottrinale, ma come ben sai, “è il segreto a creare la magia”, e non posso certo rivelare tutti i trucchi del mio mestiere. Vorrei però ringraziarti per avermi dato la possibilità di approfondire gli studi di anatomia che hanno reso più naturali alcuni dettagli. Uno fra tutti? il movimento delle mani sovrapposte dei personaggi. Mi sembra impossibile che la mano che aveva dipinto quel Cristo bambino in braccio alla Vergine sia la stessa che poi raccontò lo strazio della sua Passione. Rivedendo insieme queste opere mi rendo conto di quanto siano lontane tra di loro sia nella tecnica che nel significato. D’altronde non c’è da stupirsi: non vogliono essere il perfetto ritratto di quei soggetti, ma una testimonianza di come io ho vissuto dopo la tua morte. Da quando sei scomparso la Firenze che conoscevamo e amavamo non esiste più. Quella che tu non avrai mai la sventura di vedere è una città spenta, che ha ormai perso la capacità di apprezzare ciò che è veramente bello. L’arte che i fiorentini ammirano ha il solo scopo di stupire chi la osserva, è frivola e spettacolare. Non potrei mai competere con la nuova leva di artisti nè voglio sottostare ai loro canoni. Adesso che è troppo tardi riconosco che modificare radicalmente il mio stile sia stato un errore, eppure non voglio rinnegare nessuna delle mie opere, neanche le più recenti, perché anche queste raccontano di me. I miei lavori posteriori alla tua morte sono stati incentrati sulla religiosità: non mi importava più nulla delle Veneri dipinte nelle prime opere, tutta quella felicità era sparita e al suo posto regnava un cupo pessimismo. Solo Dio non mi ha mai abbandonato, e mi sono affidato a lui quando la mia fortuna è tramontata e sono caduto in miseria. Savonarola, quel frate che già quando eri in vita predicava contro la tua famiglia, dopo la tua morte accrebbe il suo seguito di eretici insoddisfatti e solo ora mi rendo conto di quanto fosse perverso quel fanatico, violento eppure così efficace; e anch’io commisi l’errore di seguirlo. Avevo bisogno di qualcosa in cui sperare, e lui mi ha mostrato la fede da un nuovo punto di vista. Troppo a lungo ho creduto nelle sue bugie, e le mie ultime opere sono state frutto della sua influenza. Ricercavo il dolore che io stavo provando e lo riproducevo nelle pennellate, negli ambienti scuri, nei visi così umani e privati della loro epicità, sofferenti e reali; mi sono allontanato da quella grandiosità classica di cui con te ero stato portavoce. Avevo perso insieme a te il mio punto di riferimento, e acquisirne un altro che mi avrebbe fuorviato fu tanto semplice da non accorgermene nemmeno. Nel mio scoramento non riuscivo a capire che le sventure che Savonarola predicava per il genere umano non erano la volontà del Signore, ma brama di potere che aveva come fondamenta la disperazione e l’ingenuità degli oppressi. L’Apocalisse che profetizzava non avrebbe purificato la terra dal peccato, ma era una distruzione totale senza giudizio o distinzione alcuna tra giusti e peccatori. Non sperava in un ricongiungimento con Dio, ma augurava a tutto il creato la stessa paura e lo stesso vuoto che sentiva all’interno del suo animo tormentato e blasfemo. Io, come il Giuseppe d’Arimatea che ho dipinto nel Compianto su Cristo morto, ora mi pento e affido la mia vita a Gesù così come lui Gli affidò il velo. Rivolgo come lui il mio sguardo al cielo e piango per tutti quei miei sbagli, pregando per essere perdonato. Chiedo perdono anche a te, Lorenzo, per aver tradito la tua memoria e aver seguito un tuo nemico: ti ho come rinnegato, eppure tu avevi creduto in me e mi avevi protetto fin quando hai potuto. Sento però – e non me ne dispiace- che tra poco ci rincontreremo e allora finalmente parleremo come nei nostri giorni migliori. Tuo Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi Sandro Botticelli morirà di lì a un mese nella sua amata Firenze.
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