Racconta il tuo museo - Racconto dell'utente

Filtra
Per lettera
Piccolo museo del diario - Pieve Santo Stefano
Chiara Arcone
1 Dicembre 2019
Tra gli occhi e la gola, di Chiara Arcone
“Andiamo?” dissi io. “Andiamo!” rispose lui. E così partimmo per Pieve Santo Stefano, la Città del diario. Un pezzetto di mondo che ha la forma di una foglia caduta per caso e lasciata lì per scelta. Era il 14 agosto, cercavamo un posto tranquillo. Mi ritrovai nel luogo più affollato di scritti autobiografici che esista in Italia. Ed in questo luogo, per la prima volta, ho pianto di fronte ad uno sconosciuto. Lo sconosciuto era la guida del Piccolo museo del diario. Avete mai pianto di fronte ad una guida? Io sì, e pure copiosamente. Ad ogni stanza del museo. Ne erano tre. Si dirà, meno male, poche. Ed invece no, perché in ogni stanza grande non più di venti mq ci sono esposte una enorme quantità di storie e non so quante migliaia di parole. Trascorsi tre ore in quelle tre stanze e il pianto arrivò a singhiozzi. Seguiva, negli occhi, il percorso delle parole che ascoltavo per poi venir fuori improvvisamente, perché era la sola forma di linguaggio nella quale riuscivo ad esprimermi in quel momento. In quel poco tempo che sembrò dilatarsi all’infinito, scoprii la storia di un ragazzo romano imprigionato durante la seconda guerra mondiale che comunicava con la madre scrivendo dei pizzini che infilava nelle cuciture del colletto delle sue camicie. Era il solo contatto concesso con l'esterno perché la biancheria la lavavano le famiglie dei detenuti. Chi sa quale voce del cuore fece intuire alla donna che il figlio le stava parlando tra i fili di cotone, e così aprì un telaio di parole. Il figlio scriveva che andava tutto bene. Tornato in libertà, avrebbe voluto studiare medicina, perché in cella con lui c'era un medico che gli insegnava l'anatomia. Purtroppo, fu ammazzato e i pizzini non arrivarono più alla madre ma non si sa come sono arrivati al Piccolo museo del diario. Poi, ho conosciuto una donna che scriveva e disegnava taccuini su taccuini e dissertava sulla vita e sulla quotidianità, e la sua storia era raccontata insieme a quella di un uomo che non avrebbe mai incontrato, ma con il quale avrebbe condiviso in quel posto l'eternità delle loro parole. Era un siciliano emigrato in Australia che non aveva imparato a scrivere in italiano eppure riuscì a scrivere nella sua lingua. Compose un diario, anzi due, inondati di un ottimismo contagioso che aveva fatto il giro di ogni emisfero. In quelle stanze le parole si intrecciavano, emettevano suoni e portavano alla luce i colori. Mi ritrovai in trincea con le lettere di un soldato. Per far giungere le lettere a destinazione e superare il controllo della censura scriveva di stare bene. Una simulazione che nascondeva l'unica verità: era ancora vivo. Io i diari, fino a quel momento, li avevo sempre scritti. Non mi era mai capitato di leggere quelli di altre persone e, soprattutto, non mi era mai successo di trovarmi davanti a memorie, così intime e personali, di qualcuno vissuto un centinaio di anni prima di me. Così come non avevo mai sfogliato un diario scritto su un lenzuolo. Nell'ultima stanza, infatti, c'era il diario di questa donna rimasta vedova, dopo che l’uomo amato era morto in un incidente stradale. La sofferenza era indicibile e forse per renderla più lieve cominciò a scrivere della sua vita ovunque e quando ebbe consumato ogni brandello di carta le restò solo un enorme lenzuolo. Iniziò a macchiarlo di parole che divennero la catarsi del suo dolore. Era questa l’ultima stanza. Io ero distrutta e tremavo dal freddo. I musei per me sono sempre stati un esercizio fisico. Come una palestra, non li considero un luogo in cui potersi rilassare; necessitano, invece, di una carica di energia. Bisogna stare in piedi, camminare, stare fermi il tempo necessario per dare spazio alla meraviglia e riprendere a camminare per scoprirne ancora altra. È tutto un meccanismo che coinvolge testa, gambe, muscoli e pancia in dentro e petto in fuori, come da piccola mi diceva mia madre. Stare dritti per non sentire il mal di schiena che ad un certo punto verrà e sai, per certo, che non ci saranno posti a sedere, che se ci sono saranno pochi e già occupati. La visita al Piccolo museo del diario terminò che ero meravigliosamente distrutta di gioia e in mente avevo la frase che dà il titolo ad uno dei diari letti, “un giorno è bello e il prossimo è migliore”.
Accedi per commentare