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Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria
Antonino Sergi
1 Dicembre 2019
Gli eroi umani
Sole forte e a picco su di una città del mediterraneo, il lungomare pieno di colori sfavillanti invita al passeggio. Tutto fa pensare ad un ambiente metafisico, proprio oltre la fisica aristotelica. Un luogo irreale e magico, fatto di pensieri e ritorni all’antica Magna-Grecia, che proprio lì fu di casa. Con passo sereno ci portiamo, io e la mia famiglia, a visitare il locale Museo Nazionale Archeologico. L’edificio che lo ospita, dalle linee squadrate e severe, sottolinea ancora di più l’atmosfera surreale della giornata. Grande struttura compatta a forma di parallelepipedo nudo, ma di una nudità che, in trasparenza filigranata, fa intendere che la sua anima è dorica, un misterioso e nascosto stile, come un vero tempio classico antico. L’interno ci accoglie al meglio, una grande agorà, intitolata a Paolo Orsi, moderna, con tanto di affacci di astratte finestrature bordate di rosso che solo l’opera magica di un grande artista calabrese come Pirri può aver potuto escogitare. “Andiamo a vedere subito i Bronzi”. Sussurrano all’unisono le figlie. “Ma il museo non conserva solo i Bronzi.” Replico. Questo luogo, sognato da Palo Orsi e materializzato da Piacentini, è uno scrigno prezioso che contiene la storia dell’uomo sin dalle sue origini. Dalla preistoria magica al logos formale degli eroi di Riace. Partendo lontano nel tempo e nello spazio, ci portiamo ai piani superiori dove ci attendono i primi rudimenti di opere umane consistenti in pietre, prima naturali e poi lavorate e levigate da mani antichissime che cominciavano a pensare con gli arti. Una grande lastra monolite, calco di un originale che si trova in una grotta di Papasidero, ci restituisce un graffito dal segno raffinatissimo che rappresenta un bove il “Bos Primigenius” che ci dice che più che all’arte il nostro progenitore cacciatore nel realizzarlo, pensava a come catturarlo per sfamare se e il clan. Poi le pietre levigate si trasformano in utensili fino, purtroppo, poi a divenire armi. L’ambiente museale è arredato da belle vetrine che contengono ben esposte i reperti. L’età dei metalli arriva subito dopo con i manufatti in rame, bronzo e ferro. Spunta il neolitico e la lavorazione dell’argilla e si fa strada con i suoi segni, prima geometri e poi figurativi. Tante foto illustrano gli ambienti naturali dove si trovano i luoghi e i siti che per molti secoli anno conservato tanta ricchezza prima che venissero portati alla luce per farli conoscere a tutti i visitatori che affollano la bella struttura che, poco tempo fa, fu ristrutturata dall’architetto Paolo Desideri, dandole un aspetto più contemporaneo. I secoli passano con testimonianze di oggetti ben conservati, fino a quando la Magna Grecia irrompe con vasellami decorati in rosso e nero, le statue in marmo e raffinatissime tavolette le “Pinakes” che raccontano delle ragazze da marito di Locri e di Persefone. Qui la famiglia impone la visita ai Bronzi, ma io li prego di vedere prima la statua del “Kouros” il fanciullo, di epoca arcaica che si trova proprio davanti alla sala che contiene le tanto attese statue dei padroni di casa. La porta scorrevole docile e silenziosa si accosta e svela la meraviglia: i due eroi sono lì, forti e pazienti a farsi ammirare e fotografare, come due divi cinematografici. Bellissimi e regali si danno ai visitatori con serafica nobiltà. Guerrieri solidi e vincenti che appaiono come esseri venuti da un mondo superiore. Fu in quell’attimo di estasi visiva che mi venne in mente il giorno di tanti anni fa che lì vidi per la prima volta. Eravamo nel 1974 e con alcuni amici visitavamo questo stesso luogo, quando, quasi alla fine del tragitto, il direttore ci invitò a vedere le due nuove statue che il giorno prima erano state ritrovate nel mare prospiciente il paese di Riace. Incuriositi lo seguimmo. Distesi come due infermi, giacevano le due opere classiche. I loro corpi si mostravano bellissimi, ma apparivano pieni di incrostazioni dovuti ai tanti secoli di permanenza dentro l’acqua del mare. I loro volti, belli e fieri, sembravano quel giorno tristi e sofferenti come se cercassero aiuto. Non erano eroi ma due naufraghi da salvare. Le forti esclamazioni di meraviglia da parte dei visitatori mi riportarono alla realtà e di nuovo difronte ai titanici guerrieri. La visita al museo si è spostata sul terrazzo dell’edificio. Da lassù la vista era sorprendente lo sguardo cadeva sullo stretto di Messina e sul profilo inconfondibile della gigantesca montagna di fuoco; l’Etna. Il mare dello stretto, che vide passare Ulisse, Platone e approdare San Paolo, era calmo, nel suo incantato blu intenso e, mentre il sole pian piano cercava riparo dietro i monti Peloritani arrossendo senza di più, pensai ai tanti naufraghi in cerca di soccorso e mi immaginai le loro facce spaurite e piene di paura, che ricordavano quelle dei Bronzi “umanizzati” di quel lontano 1974.
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