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Museo del Louvre
Maria Mento
1 Dicembre 2019
Pioggia e bellezza sui miei 18 anni
Pioveva, ma a noi non importava. Avere 18 anni e il Museo del Louvre a due passi: significava semplicemente questo, per me, quella pioggia. Nient’altro. Avevo atteso per tutta la vita quell’incontro unico con l’immortalità dell’arte, nel Museo più importante del mondo, e finalmente quel momento era arrivato. Ancora oggi, quando chiudo gli occhi e ripenso a quel giorno, rivedo tanti capelli bagnati di persone diverse, tante teste (quelle dei miei compagni di scuola) che stanno dinanzi alla mia e che guardano tutte nella medesima direzione, verso un edificio maestoso: un’ex fortezza a forma di gigantesca A coricata sul terreno e scandita in elevato da tre ordini di finestre rettangolari di dimensione sempre più piccole man mano che ci si avvicina al tetto. Quel tetto dai colori tipicamente freddi comuni a quei tetti parigini, spesso alti e bombati, che sono un tratto architettonico distintivo della capitale francese. Non ricordo da dove venissimo, né come fu che ci ritrovammo a ripararci sotto il portico che orna esternamente il piano terra e che corre tutto intorno alle tre piramidi di vetro e metallo progettate da Ieoh Ming Pei. Tra noi e le bellissime architetture esterne, nate per mezzo dell’accostamento di colonne, semicolonne, pilastri, cariatidi, timpani, cornici, archi a tutto sesto, sculture, pannelli decorati a basso rilievo e grossi lastroni di pietre lavorati a bugnato, si era frapposta una pioggerellina leggera più simile a nevischio sciolto. La luce abbacinante emanata dal cielo bianco-grigio di quel pomeriggio di maggio ci permetteva di percepire i contorni e le figure, ma non di metterli pienamente a fuoco; la bandiera francese, al contrario, sventolava mostrandoci fiera i suoi colori sgargianti, assisa per com’era tra due manifesti che pubblicizzavano una mostra temporanea dedicata agli scultori greci Skopas e Prassitele. Consentimmo alla pioggia di bagnarci ancora e guadagnammo l’ingresso principale, scendendo nel cuore della più grande delle piramidi. Qui i nostri insegnanti ci divisero in piccoli gruppi, ciascuno capeggiato da un docente. “Il Museo è sterminato. È bene che ognuno di noi possa controllarvi al meglio, per evitare che vi perdiate”, ci fu detto. Perché, in determinate circostanze, non importa che tu sia maggiorenne: importa che sia il buonsenso dei più saggi a prevalere. La prima tappa della nostra visita mi permise di perdermi tra le meraviglie della collezione egizia, la più importante che l’Europa possegga non considerando lo straordinario repertorio del Museo egizio di Torino, e in quella costituita dai reperti provenienti dal Vicino Oriente Antico. La visione del marmo scolpito in miriadi di corpi di divinità greche e di atleti in nudità eroica, un tempo dipinti e oggi ormai acromi, e quella dei vasi ceramici a figure rosse e nere finemente decorati, fecero il resto e mi catapultarono nel periodo cronologico successivo. Camminammo poi attraverso la Galerie d’Apollon, la sala splendidamente decorata da dipinti, medaglioni, stucchi e traboccante di finiture auree, che ospita quel che resta dei preziosissimi gioielli della corona francese. Camminammo poi fino a raggiungere i 202 centimetri di marmo pario dai quali lo scalpello e la grazia di Alessandro di Antiochia tirarono fuori- attorno al 130 a.C.- la Venere di Milo. Priva di entrambe le braccia, se ne stava nella sua muta solitudine, quasi come fosse stata in attesa dei turisti che sicuramente l’avrebbero raggiunta per fotografarla. Dopo ancora, le scale che conducono all’ala Denon ci svelarono un capolavoro che non ci saremmo aspettati di trovare proprio in quel punto di passaggio. Fu lì che mi persi totalmente, mentalmente e fisicamente: all’incontro con la Nike di Samotracia, la splendida e acefala vittoria alata dalle vesti sferzate dal vento e panneggiate in modo tale da portare l’attenzione dello sguardo sulle sue sensuali forme fisiche. Mi fermai a osservarla, incantata, un attimo più del dovuto. Capii che il danno era irrimediabilmente compiuto quando mi voltai e non trovai più nessuna delle persone del mio gruppo. Ammetto di aver avuto paura: ero sola all’interno di un Museo gigantesco che pullulava di visitatori a me sconosciuti. Anche il timore dei miei docenti- quello di perdere “pezzi” tra un’opera d’arte e l’altra- si era concretizzata e per recuperare terreno non mi restò che lanciarmi, a passo svelto, in un’affannosa ricerca. Incontrai dipinti meravigliosi, come “La zattera della Medusa” di Théodore Géricault, “Il giuramento degli Orazi” e “L’incoronazione di Napoleone” di Jacques-Louis David, la “Libertà che guida il popolo” di Eugène Delacroix, “Le nozze di Cana” di Veronese e tantissime altre tele di qualità sopraffina. Mentre, nonostante tutto, venivo rapita dai sentimenti tumultuosi che avevano dato l’anima a quei capolavori pittorici, fu il mio gruppo a ritrovare me. Avvenne quasi per caso. I ragazzi stavano tornando indietro dalla sala che ospitava “La Gioconda” e fu in quell’istante- quando me lo comunicarono- che mi resi conto del fatto che io non avrei avuto l’occasione di vederla. La mia adorazione dell’antico mi aveva in qualche modo ricordato che il tempo a nostra disposizione era contato e che avevo perduto un’occasione per fare di quel tempo un uso migliore. Potevamo solo andare avanti e continuare la nostra visita. “La Gioconda è un quadro poco più grande di un francobollo. L’ho trovato deludente. Non ti preoccupare se non l’hai visto”, mi disse qualcuno che oggi per me non ha più un volto. Ho iniziato a dimenticare i dettagli non essenziali di quel giorno, ma sono sicura che quel qualcuno (ragazzo o ragazza che fosse) mi disse quel che mi disse per tentare di rincuorarmi e non perché fosse una sua, reale, convinzione. La stessa opinione però mi vergognai di farla mia quando mi trovai di fronte il gruppo scultoreo di “Amore e psiche” di Antonio Canova. Di dimensioni minute come non mi sarei mai aspettata, il dio alato Amore abbraccia la sua amata dormiente e sta per risvegliarla poggiando le sue labbra su quelle di lei. L’opera va guardata a 360° e tutti le ruotammo attorno, osservandola da ogni punto di vista possibile. La perizia e la delicatezza del maestro del Neoclassicismo erano sotto gli occhi di ciascuno di noi: la perfezione massima di cui l’arte degli umani è capace era stata intrappolata in un quasi bacio- in un’unione che non ci sarebbe mai realmente stata- tra due figure che danno l’impressione di poter prendere vita da un istante all’altro. La luce naturale che a una precisa ora del giorno colora dei toni dell’oro e del rosa le ali di Amore, così sottili da lasciar passare e imprigionare nella materia i raggi del sole, ebbe il potere di farci dimenticare che si trattava pur sempre di marmo e non di carne viva o morbide piume. L’ultima scultura che ricordo di aver veduto, dopo i due dei sei prigioni che Michelangelo ha scolpito per la tomba di Papa Giulio II e che si trovavano nella medesima sala, è una copia dell’Augusto di Prima Porta. Il primo Princeps di Roma, con il braccio destro sollevato e le dita fermate nel gesto dell’adlocutio, è stato eternamente ritratto con addosso la sua corazza loricata e i tratti del volto cristallizzati in una giovinezza che non conosce fine. A questo punto, i miei ricordi si fanno meno nitidi e non ho memoria di quello che ebbi la fortuna di ammirare dopo. So solo che giungemmo nella zona della Pyramide Inversée, anche se non saprei dire quale percorso scegliemmo. Erano quelli gli anni dell’exploit del fenomeno Dan Brown e della fascinazione che l’arte e la sua bellezza stavano esercitando sul pubblico grazie all’uscita- avvenuta qualche mese prima- del film “Il Codice Da Vinci”, tratto dal best seller dal titolo omonimo. Là dove le due piramidi fanno incontrare i loro due vertici senza mai toccarsi, in un gesto simile a quello compiuto dalle labbra di Amore e Psiche, i turisti si lasciavano fotografare per poter raccontare ad amici e parenti di essere stati nei luoghi teatro delle mirabolanti avventure letterarie di Robert Langdon. Forse per paura che mi potessi perdere una volta ancora, un mio compagno mi si avvicinò, mi prese la mano e mi sussurrò che era tempo di andare via. Ricordo distintamente quella frase, pronunciata con dolcezza, e una corsa forsennata che si arrestò quando vedemmo di nuovo la struttura familiare e trasparente della piramide. Uscimmo poco dopo, non appena il gruppo fu di nuovo compatto, e l’aria fresca della sera investì in pieno i nostri volti accaldati. Le luci dorate che illuminavano le murature esterne si riflettevano sul vetro e inondavano di colori caldi il grande cortile. Alle mie spalle sentì qualcuno chiedere ai nostri insegnanti se sarebbe potuto tornare indietro per ammirare il Codice di Hammurabi. Sentì anche la risposta negativa che seguì e mi venne da sorridere. L’arte fa di questi miracoli: riesce ad accendere una scintilla di consapevolezza sul patrimonio culturale nel cuore di alcuni ragazzi di 18 anni, appena entrati a far parte del mondo degli adulti ed eppure spesso ancora troppo vicini al mondo giocoso dei bambini. Il blu cobalto del cielo sereno, intanto, ci indicava che aveva finalmente smesso di piovere. E a distanza di tredici anni posso dire che mai nessun'altra pioggia è stata, per me, così bella.
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