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Memoriale del massacro di Nanchino
leonardo forcieri
1 Dicembre 2019
I morti di Nanchino
È agosto, fa caldo e sono circondato da una folla sudata e rumorosa assiepata davanti al memoriale del massacro di Nanchino. Mi giro, Marta è accanto a me e siamo gli unici occidentali in mezzo a questo formicaio asiatico. Non sappiamo cosa aspettarci, non abbiamo voluto leggere niente, Cheng ci ha detto di arrivare impreparati e così abbiamo fatto. Non so nulla del massacro di Nanchino, dello stupro, così come viene definito dalla scrittrice Iris Chang, ad opera dell’esercito giapponese durante l’occupazione del 1937. Alla stazione della metro non ci sono indicazioni per raggiungere il museo ma si ha comunque la sensazione di sapere dove andare perché tutti vanno in una sola direzione, una processione funebre in pantaloncini corti e ventagli verso un gigantesco monolite in una zona periferica di Nanchino. La struttura è affilata, spigolosa, appuntita, è una scheggia conficcata nel cielo grigio, una presenza tuttora dolorosa. Passiamo i controlli e subito ci accorgiamo che tra il cancello e l’entrata ci sono molti metri che li separano. Per entrare nel museo devi passare per un non-luogo, devi rompere il ritmo prima ancora di cominciare. Non capisco, chi metterebbe una pausa all’inizio di un requiem? Con questa domanda in testa mi avvio verso l’entrata passando accanto ad una serie di statue. C’ è una muta figura androgina che grida al cielo il suo dolore e la sua rabbia mentre il figlio muore inerme tra le sue braccia, un innamorato mette in salvo il cadavere della sua compagna, un neonato succhia le ultime gocce di latte dal seno della madre riversa a terra, “La vita nutrita dalla morte, è questo che ti devi portare dietro figlio mio, questo e lunica cosa che ormai posso darti”. Finalmente capisco, nulla è lasciato al caso. Questo è il black carpet di uno spettacolo che mi porterò dentro finché vivrò, questa non è pausa all’inizio di un requiem, la pausa È il requiem, i quattro minuti e trentatre secondi di John Cage dove prendi fiato, ti zittisci e lasci invadere da ciò che ti circonda. Non è un caso che le statue stiano scappando dall’inferno a cui ci stiamo accingendo, non è un caso che il cromatismo di questa piazza è una tetra scala di grigi, non e è un caso che cerchi la mano di Marta. All’entrata un guardiano mi ricorda di togliermi il cappello, ha lo stesso atteggiamento risoluto ma non severo di quando mia nonna mi rammentava da bambino di farmi il segno della croce sulla porta della chiesa. La richiesta mi coglie impreparato perché questa è la nostra terza settimana in Cina e in nessun tempio o monastero che abbiamo visitato mi è mai stato mai chiesto di scoprirmi la testa. Ma qua è diverso, non è a dio ma all’uomo che devo portare rispetto. È un rapporto paritario tra creature simili dove il messaggio non arriva dall’alto ma da chi sta al tuo livello e ti guarda negli occhi aspettando che tu sia pronto a fartene carico. Questo non è un segno della croce ma l’inchino all’inizio di un combattimento di arti marziali dove forse uscirò con le ossa rotte ma sicuramente più consapevole. Arrivano le prime sale e con loro i primi colpi. Al centro della stanza delle teche di vetro proteggono dei mattoni costellati da schizzi di metallo fuso, il sangue è stato lavato via, ma non il metallo delle bombe eternamente impresso sui muri delle case che hanno distrutto. Alle pareti, come guardiani di queste lapidi casalinghe, ci sono i volti di chi sotto quelle pietre ci è rimasto seppellito. La stanza è un sadico contrappunto tra vittime e carnefici cristallizzati in un eterno dialogo, ma i morti non sono soli, vicino a loro ci sono le fotografie dei volti di chi da quegli edifici è riuscito a scappare in tempo, di chi in quelle sei settimane del 1937 ce l’ha fatta. Sono tutti anziani perché questi non sono semplicemente dei superstiti, sono tutti i testimoni della carneficina che per un fortunato lancio di dadi sono riusciti a sopravvivere fino alla fondazione di questo museo, sono quel lontano passato che è diventato il nostro presente, la memoria storica che vive, ma non per sempre. Guardando bene notiamo infatti come diverse di quelle foto siano in ombra, perché questa parete e un’opera in continua evoluzione e nella manciata di anni che ha separato l’inaugurazione del museo da questa calda giornata di agosto, alcuni di quei anziani testimoni se ne sono andati e allora non è giusto tenerli sotto i riflettori, è tempo di spengnere la loro luce e farli ricongiungere con quelli che se ne sono già andati. Chissà tra quanto tempo tutte queste fotografie saranno spente e il passato non sarà più presente? Lasciamo questa sezione del museo passando attraverso una ricostruzione a grandezza naturale di un vicolo distrutto dalle bombe. È una disneyland macabra per quanto posticcia e mi serve per tirare il fiato perché quello che ci si sta per aprire davanti è il fuoco del museo dove le metafore sono state messe da parte e la posta in gioco viene alzata. Da qui in avanti tutto si trasforma in un archivio ordinato e perfettamente classificato di fotografie, registrazioni e documenti degli orrori della guerra. Le foto delle decapitazioni, dei cadaveri ammassati, degli occhi di chi piange davanti alla propria casa raziata e data alle fiamme per puro divertimento sono i veri colpi, tutto quello che c’ è stato prima è stato solo riscaldamento. Fa male ma è giusto così perché la guerra va rappresentata per quello che è: sangue e merda, tutto il resto è Hollywood. Non trovo Marta, forse ha allungato il passo per cercare di non vedere ma poi mi rendo conto che è restata indietro. È davanti al video di una donna che si è salvata e che racconta che, seppur ancora bambina, era stata costretta a diventare la puttana di un plotone e sottoposta a stupri continui, spesso di gruppo. È impressionante vedere come Marta guarda negli occhi la donna del video, come beve e fa propria ogni sua parola, una connessione empatica tra donne che non sono neanche lontanamente in grado di immaginare. Quando il video finisce Marta si gira, mi guarda e io mi sento in colpa. Attraversiamo altre stanze e prima di uscire arriva il colpo di grazia. Il museo è stato costruito su una fossa comune, perché quando le vittime di una sola citta, in sole sei settimane, sono centinaia di migliaia, ogni avvallamento del terreno diventa un cimitero improvvisato. Ed il cuore del museo è esattamente qui, dove il pavimento si apre e ai miei piedi ci sono le ossa e gli scheletri delle vittime del massacro. Ad un passo da me c’ è la Storia, la vera testimonianza che grida con tutta la forza di una mandibola disarticolata. 300.000 questo è il numero che mi resta in testa quando usciamo dal museo, questo è il numero di persone uccise nella sola Nanchino per mano dell’esercito giapponese. È un numero troppo tondo, troppo preciso, che ha scordato tutti quelli che sono morti pur sopravvivendo e per quanto falso è la sola opera d’arte del museo perché come ogni opera d’arte è simbolica, contestuale e soggetta ad interpretazioni, al contrario, tutto il resto è.
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