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Palazzo Reale di Napoli
Antonella Delli Paoli
2 Dicembre 2019
L'Alcova di Maria Amalia
Ogni volta che dalla collina di Pizzofalcone, con le sue strette stradine, imbocco via Gennaro Serra, rimango sempre stupita di come all'improvviso lo spazio si dilati e compaia monumentale, euritmica, la maestosa facciata del Palazzo Reale. Mi hanno sempre affascinato quelle linee perfette, il gioco cromatico del piperno sullo fondo dei mattoni rossi che disegnano il più elegante degli edifici tardorinascimentali meridionali. La maestosità non si perde all'interno, quando dal Cortile principale si raggiunge lo Scalone d'Onore, il più bello d'Europa, secondo Montesquieu, restaurato in chiave neoclassica dall'architetto di Casa reale Gaetano Genovese. L'Appartamento di Etichetta è tutto un susseguirsi di ampi saloni, riccamente decorati e sale di Udienza e non immagineresti mai che, invece, la camera privata della Regina sia un piccolo ambiente largo non più di quattro metri per tre. Dalla Stanza del Baciamano delle Dame si accede a questo piccolo vano segreto che nel Settecento accoglieva l'Alcova di Maria Amalia di Sassonia, la giovane sposa del re di Napoli Carlo III di Borbone. In una delle mie ultime visite al museo, in occasione della riapertura del giardino pensile, mentre aspettavo che la folla si diradasse per godermi lo spettacolo del magnifico terrazzo affacciato sul golfo, con il Vesuvio di fronte e la costa che si stende fino a punta Campanella, ho deciso di fare una piccola deviazione dal percorso e rientrare negli appartamenti settecenteschi, dove oggi è allestita la Quadreria. L’occasione era propizia.. con i visitatori tutti concentrati sullo splendido giardino, avrei potuto riammirare gli ambienti in tutta tranquillità.. E con mia grande sorpresa arrivata nella sala del Baciamano, mentre sbircio già verso l’Alcova, vedo qualcosa di strano, di insolito.. sul soffitto.. macchie di colore pastello, laddove ricordavo solo il bianco e l’oro dei restauri neoclassici. Mi affretto verso quella che era la camera da letto di Maria Amalia ed è come se rivedessi per la prima volta l’Alcova con i suoi occhi, come la vide lei, arrivata a Palazzo da Dresda nell’estate del 1738. Un restauratore sapiente, infatti, ha recuperato l’originaria decorazione rococò al di sotto dell’intonaco ottocentesco con sfondo di ornati vegetali in cartapesta dorata. Chiudo gli occhi, li riapro e mi sembra di guardare con lo stupore di quella giovane sposa che fu la Regina di Napoli, la sua camera più intima, segreta, decorata come un prezioso scrigno in cui, in un affresco tutto risolto in un vortice libero, Minerva augura felicissima prole alla regina. Al centro della scena, avvolta in un manto blu, la Notte guarda sorridente verso il basso, dove era posizionato il letto di Maria Amalia e apre il suo velo, come a dare via libera alla visione di sogno. Minerva, dea della saggezza con la sua lancia dissipa le nuvole; in basso, campeggia la figura della Fecondità, una donna prosperosa che raccoglie in grembo due colombe bianche. Il ductus pittorico libero, veloce, sembra portarmi in quella visione onirica, alimentata dalle tenui tonalità del dipinto e non mi stanco di guardare ogni dettaglio, dalle guance rosate di Minerva agli occhi bistrati dell’angelo che fa capolino fra le nuvole. Ma quello che posso raccontare a parole e descrivere minuziosamente non riesce nemmeno in minima parte a restituire l’esperienza della visione diretta dell’opera e può essere solo un invito a visitare Palazzo Reale, il museo che più amo nella mia città, perché scrigno di tanti tesori, perché nel susseguirsi degli interventi decorativi ci racconta non sono dell’evoluzione del gusto, ma della stessa storia di Napoli e di cui gli affreschi ritrovati di Nicola Maria Rossi nell’Alcova di Maria Amalia di Sassonia costituiscono un ulteriore arricchimento del suo immenso patrimonio storico artistico. Antonella Delli Paoli
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