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Museo romano
Lino Sala
2 Dicembre 2019
Le parole dei quadri
Un giorno come un altro di una fiacca vacanza romana decidi di visitare un museo. Raccontandolo in queste poche righe non dirai quale, ché tanto il lettore - se lo vorrà - potrà rintracciarlo. Quattro piani, centinaia di opere, sciami di viaggiatori con guide turistiche, coppie, uomini soli, studenti, finestre aperte, odore di pulito alternato a quello di sudore. A volte silenzio e sale vuote. La piena che formano i visitatori dei musei sa essere imperfetta, lascia impensati spazi vuoti: uno sciame che decide su quali fiori poggiarsi e quali salvare. Sei lì che passeggi con i tuoi occhiali da sole che tengono i capelli. La stanchezza comincia a farsi sentire. Senti anche un leggero, sordo, mal di testa. Un corridoio, una sala ancora, però quanta intima bellezza. Stai passando davanti ad un’opera con una cornice barocca quando noti una studentessa che sta disegnando, seduta a gambe intrecciate, un particolare del quadro. Perché l’hai etichettata come studentessa? E - soprattutto - lei come avrebbe potuto etichettarti? Ragazzo, uomo, studente, ventenne? Lei è concentratissima: sul suo cartoncino ci sono delle mani che si sfiorano. Leggiadre, pensi e poi te ne penti. Fai qualche foto a quel particolare, sempre facendo attenzione a non disturbare. Leggi - cercando di non farlo vedere - l’autore e la descrizione del quadro. Caravaggio. Il quadro raffigura una donna, di umili origini, ed un uomo, sicuramente un nobile. Si guardano negli occhi: ma lei gli sta leggendo la mano e con una mossa leggiadra - adesso un po’ ti compiaci - gli sfila l’anello. La precisione dell’illusione. - Scusa, volevo farti i complimenti. Lei ti guarda, ride. Sicuramente si sta chiedendo come rispondere ad una cosa così banale. - Ciao, grazie. Silenzio. Imbarazzati entrambi. L’orchestra che comincia a suonare nella tua testa ti dice di rispondere con qualcosa come: “Non è facile trovare persone che sappiano disegnare così bene.” Ti vergogni per quello che hai pensato. E pensare è sicuramente un eufemismo. - Avresti potuto impegnarti di più. Non lo metto tra i migliori approcci con una donna. - Hai ragione, scusa. A volte provo a sorprendermi facendo qualcosa che sia a me inconsueta, ma non ci riesco. Se non fossi così giovane forse sarei anche meno permaloso e ci riderei su. Lei ride di cuore, tu arrossisci con i battiti che aumentano. - So che c’è una terrazza con un bar appena fuori quest’ultima sala. Quando ti trema la voce, la voce ti si abbassa. Poi, incerto, continui. - Potremmo prendere qualcosa da bere. E poi c’è il tramonto. Tutto questo, forse, lo dirai la prossima volta. Scrivilo nelle discussioni improbabili che non hai fatto. Per timidezza, forse. Oppure perché, perché tante altre cose. Hai notato che ultimamente ti rifugi troppo spesso nelle autostrade dei perché? Ti prometti che è l’ultima volta. Fuori un tramonto improbabile sovrasta Roma. Va bene anche così, forse.
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