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I musei della civiltà contadina in Lucania e Cilento
Antonio Carlomagno
2 Dicembre 2019
I musei della civiltà contadina. Costellazioni silenziose
In fondo cos’è un museo? Me lo chiedo ogni volta che ne esco da uno. Con quel senso di frustrazione che pizzica quando, nello stupore, mi rendo conto che la mia vista è difettosa, il mio cuore troppo piccolo, la mia anima ingenua. In quei momenti mi verrebbe da imputare questa mia incapacità a cogliere pienamente la bellezza di ciò che mi si è presentato davanti, alla mia intelligenza, alla mia famiglia, d’estrazione contadina, ai luoghi in cui sono cresciuto, dove il termine e concetto di cultura è per lo più uno stendardo, sventolato con orgoglio durante le campagne elettorali, ma per il resto non molto chiaro alla maggioranza delle persone, di cui io faccio degnamente parte. Essendo cresciuto in una terra – il Vallo di Diano – definita spesso “ubertosa” da ingegneri agronomi e politici della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento – come ebbe a dire anche il ministro dei lavori pubblici Silvio Spaventa (1822-93), in occasione della costruzione della prima ferrovia in quest’area (il tronco Sicignano-Lagonegro, costruito e, dopo 100 anni tondi chiuso) – sono cresciuto nel sogno, o forse dovrei dire nel calco di un sogno, che effettivamente le cose stessero così: la terra non tradisce. Da giovanissimo ho creduto (e forse lo ha creduto anche qualche altro sciagurato come me), che questa terra, stesa tra Cilento e Basilicata propriamente detta, ma con quelle incastonata nell’antica Lucania, potesse in fondo dare qualche misero frutto a tutti. Ho trascorso fino al diploma un tempo sospeso, animato da questa speranza, quella di non andare via oppure andare via e tornare, ma più forte, capace di dare un contributo, anche un piccolo impulso. Come me ce n’erano altri, non tanti per la verità, ma comunque troppi, dal momento che i più non vedevano l’ora di andarsene per sempre, scappare. Vivevamo ascoltando il rock arrabbiato (Springsteen, i primi U2, CCCP, etc.), strimpellando chitarre, vagabondando come lupi in piena notte, alla ricerca di posti insoliti, dove magari il cielo stellato si potesse vedere in tutto il suo sfavillio: allora in questa valle c’erano poche luci; dominava il buio; le strade erano per lo più vicinali dissestate di paese. Ma ci sentivamo artisti, si andava alla scoperta di luoghi sconosciuti, da fotografare, da cui farsi ispirare nelle nostre cantate, su nei boschi circostanti, giù negli angoli di campagna meno accessibili. Vedevamo la meccanizzazione agricola già avanzata, e non ce ne rendevamo conto, eravamo frastornati dalla modernità, credevamo di guardare bene nel futuro, soltanto perché il passato era più facile da interpretare, rispetto a chi ci aveva preceduto. Nelle campagne c’erano ancora alcuni casi, eccezioni incurvabili di anziani che opponevano una resistenza calcarea, senza futuro, e qualcuno usava zappetta e vecchi attrezzi. Arretratezza. Tra coloro per i quali il tempo nelle campagne si era fermato alla zappetta e ai vecchi attrezzi di fatica, un posto d’onore spettava a mio nonno: reduce di guerra (fatto prigioniero in Libia nel ’43 e sopravvissuto quasi miracolosamente) di cui ascoltavo per ore senza mai stancarmi i racconti di guerra, che erano storie di fame e stenti, caldo e freddo. Ed è strano come oggi, a più di 25 anni dalla sua scomparsa, lui possa illuminare il mio acume di vecchio ragazzaccio e mi rammenti che le sue storie non erano fatte di marce, trincee, combattimenti e morte, come nei film di guerra. La sua memoria di vecchio, curvato dalle vicissitudini della Storia era tutta condensata nei frutti della vigna (pane e uva era il suo piatto di lusso in tempi di carestia), nelle sue galline, nel maiale acquistato e alla speranza del suo peso, nei conigli, all’uva e alla sua capretta. La capretta, il suo vero capitale, che ricordo quando andava in campagna; zappa e capretta alla corda. Ero felice di accompagnarlo, restavo con lui lunghe giornate all’aperto, mi chiedo come facessi, abituato alle prime tecnologie, nel silenzio di luoghi aperti, apparentemente senza suoni e distrazioni; io, il vecchio e la capretta: un vero esempio di socio-economia integrata, agricoltura, pastorizia e un giovane di 15 anni sfaccendato. Quei pomeriggi erano stranamente quieti. C’era la pace e il silenzio che erano fuori dal tempo. Riuscivo ad avvertire i più lievi rumori della natura, lo stormire di foglie a centinaia di metri, lo strapparsi del grano sotto il taglio della falce che il vecchio agitava sul grano, la voce urlata dei contadini, lontani, magari ad un chilometro che si davano il segnale, unico indizio di sopravvivenza nelle campagne assolate, e poi il masticare pigro della capra. Tutto era lento, uno zappare e strappare semplice, che sembrava lontano, oggi direi ancestrale, una memoria incancellabile che si era scolpita nel vecchio, dalle generazioni passate, i miei lontani antenati che si raggrumavano in un’esile figura di uomo piegato dalla fatica e dalle esperienze di una Storia che non sempre gli era appartenuta. A volte lo vedevo passare tra i filari di vigna e spruzzare il verderame con la sua pompa a spalla, l’unica concessione alla modernità. Quando non lo seguivo in campagna, il mio gioco preferito era andare di nascosto nella cascina dove si conservavano vecchi attrezzi. C’era di tutto, attrezzi, paioli, ferrame vario vecchissimo. Con questi simulavo giochi di guerra con i ragazzi delle case vicine. Mi sentivo il re, certi oggetti li avevo solo io. Terra “ubertosa” si diceva, ma dai frutti amari: giunta l’età adulta, il destino immobile di questa parte del paese si è compiuto ancora una volta, ben più reale, anche per me: emigrazione. Al mondo silenzioso, fatto di pochi essenziali rumori, familiari cieli stellati per il ragazzo delle campagne si sono contrapposti e poi sovrapposti quelli meccanici di una città del nord, per oltre venti anni. In tutto quel tempo, in un angolo sconosciuto della mia memoria si è depositato un grumo chiuso, informe, fatto di ricordi sempre più sbiaditi – i miei nonni, le campagne e i boschi della Lucania. Fino a quando non ho fatto ritorno, in questa terra che amo e odio nello stesso tempo: amore per i ricordi di fanciullezza, odio perché figlio cacciato dal paradiso-inferno. Ed eccomi allora in macchina mentre attraverso questi luoghi, che mi hanno visto crescere ma che faccio oramai fatica a riconoscere se non attraverso la lente opaca della mia memoria. Cerco di trovare un qualche nesso che mi ricongiunga a questi paesi. Vorrei evitare che il paesaggio agreste, fatto di colline ondulate che in estate prendono il colore dell’oro immerso nell’acqua cristallina, sia semplicemente un’oleografia, un quadro da osservare tenendolo a sospettosa distanza. Cammino in macchina, veloce, e vorrei trovare una traccia del mio passato, indolore. Voglio attraversare la vegetazione cangiante e i vecchi borghi disseminati tra il Vallo di Diano e il Vulture, ho deciso. Voglio soltanto evitare che questo spazio resti una cartolina da osservare con gli occhi di un estraneo, quando sarò vecchio. I paesi mi vengono incontro come spettri. Decido di partire da Roscigno Vecchia, paese-fantasma, un solo abitante, l’aspetto vagamente alla Karl Marx, l’uomo che custodisce ciò che non è più. Nella piazza il primo Museo di civiltà contadina. Strano, anche al nord ne ho visti molti di questi musei. Devo ammettere che queste raccolte, a volte anche poco ragionate, di oggetti di un mondo campagnolo lontano, non mi hanno mai incuriosito particolarmente: li ho osservati spesso con l’occhio dell’entomologo, un distacco intellettuale, quasi freddo. Attraverso il Cilento, il Vallo di Diano, altri paesi silenziosi mi vengono incontro, con i loro musei contadini, con gli strumenti tipici (falci, torchi, barili, vasellame vario). Una testimonianza che sembra ripetersi all’infinito: a Castelcivita è ricostruita una cucina contadina, all’interno di una Torre del Duecento; proseguo per Serre, Casalvelino e lo scenario non muta, altri musei, con i resti di una civiltà che sembra avere più dei 100 anni circa che anagraficamente ha, sembra un mondo più remoto, antico. Non mi colpisce molto, eppure sono lì che osservo, sono attento agli oggetti. Riparto. È come una febbre. Prendo la Basentana, verso Potenza. Attraverso i luoghi di Federico II, i suoi castelli. È il primo pomeriggio. Anche qui i paesi sono immersi nel silenzio estivo, placidi come vecchi signori panciuti che se ne stanno placidamente all’ombra, e sonnecchiano nell’ora postprandiale. Passo per Satriano di Lucania (Museo della civiltà contadina), Pignola (Centro Scenografico del Costume e della Civiltà Rurale), Oppido Lucano (Museo Etnografico), arrivo ad Acerenza (Casa contadina), sovrastata dalla sua misteriosa cattedrale. È il tramonto. Potrei proseguire: mi dicono che chilometri più avanti, a Genzano c’è un bel Museo etnografico dei maestri artigiani e della civiltà contadina, continuando c’è il Museo della civiltà contadina di Lavello, a confine con la Puglia, e, tra parentesi, ci tengono a farmi sapere, a me che vengo dal Nord, che a Potenza esiste un ricco Museo etnografico. Ma il mio viaggio deve terminare qui. Non ho il coraggio di avventurarmi per Matera e decido di rientrare. Le strade sono buie. Si ripetono allo sguardo, salgono e scendono ondulate nell’oscurità. Gli attrezzi mi sono davanti agli occhi, se chi mi ha illustrato e spiegato con passione sapesse che quegli stessi attrezzi sono stati il gioco preferito di un ragazzino di 8 anni. Proseguo e non vedo la strada, tutto mi sembra uguale. Immobile. Come questa terra. Sono stanco. Davanti ai miei occhi i vecchi attrezzi bruniti, decine di arnesi arrugginiti, centinaia; come strumenti di guerrieri medievali. Devo accostare. Sono in un luogo che non comprendo. In mezzo al nulla. Si sentono i grilli nella notte e lo stormire di foglie. Nel buio mi sembra di intravedere un uomo piegato. Falcia il grano. Antonio Carlomagno
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