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Castagno di Piteccio - il Borgo Museo di Pistoia
Elena Mazzoni Wagner
2 Dicembre 2019
Il mio borgo museo

Qualche estate fa, rientrando in città da una gita al fresco sulle montagne pistoiesi, ho deciso di fermarmi a Castagno. Mi avevano raccontato che quest’antico e minuscolo borgo di circa ottanta abitanti è anche un museo a cielo aperto: a metà degli anni Settanta un villeggiante di nome Tommaso Paloscia, un critico d’arte che da Firenze veniva a trascorrerci le vacanze, iniziò a invitare amici artisti, pittori e scultori che, in cambio dell’ospitalità, avrebbero donato al paese oltre quaranta opere d’arte che ancora oggi decorano e impreziosiscono questo luogo. Il borgo di Castagno si trova a 12 chilometri dalla città di Pistoia e a circa 500 metri sopra il livello del mare, si nasconde in mezzo ai boschi, un tempo castagneti, e la strada alberata che da Piteccio conduce qui è già un valido motivo per visitarlo. Come mio solito, quando guido verso nuove destinazioni, quel giorno mi affido a Google Maps e così Google mi porta dritta alla Stazione, una fermata ancora attiva della storica linea ferroviaria Porrettana che attraversa l’appennino tosco-emiliano: una piccola sala d’attesa color rosa pastello, immersa nel verde della natura; un angolo di mondo che se venisse scoperto dal regista Wes Anderson rischierebbe di diventare famoso come set di un suo prossimo film. Torno indietro e parcheggio nel piazzale davanti alla piscina del Residence. Il campanile della Chiesetta m’introduce al cuore del paese e inizio così a scendere a piedi per un vicolo stretto stretto e tutto acciottolato; intanto il mio sguardo cerca le opere d’arte di cui mi avevano parlato… Mi ritrovo sotto un arco in pietra, quello dell’edificio che poi avrei imparato dai castagnoli essere chiamato “la casa delle fate”, e qui vengo subito attratta da un volto familiare, una donna seduta davanti a un grappolo d’uva, coi gomiti appoggiati sul tavolo e un’aria un po’ annoiata. Quella donna assomiglia alle due fumatrici dipinte da Antonio Bueno nella stampa incorniciata che mi aveva regalato mio padre molti anni fa, un piccolo quadro che ho sempre tenuto appeso in camera. E, infatti, la firma di quest’affresco è proprio la sua. ‘Settembre’, il titolo. Continuo a vagare per il borgo e dopo pochi passi arrivo alla piazzetta del paese, circondata da diverse sculture e animata da un gatto molto socievole che inizia a seguirmi. Mi disseto alla fontana che, con un’incisione, dichiara di esistere dal 1826, mi guardo attorno e scopro altri segni incisi su alcune mura, simboli forse medievali o che magari risalgono alla fondazione di Castagno, avvenuta attorno al 1600 - così si narra - dopo la misteriosa distruzione di un Castello poco distante, le cui rovine sono servite a costruire il primo nucleo abitativo del paese. All’improvviso mi sento osservata da qualcuno affacciato a una finestra: alzo lo sguardo, sono la mamma con bambina dello scultore Giuseppe Gavazzi, sopra ancora un’altra finta finestra con l’altra piccola figlia che si sporge per giocare col suo micino nero. L’edificio in questo caso è un ristorante chiuso ormai da anni e in vendita. Non ci sono più attività commerciali a Castagno, però c’è una Pro Loco ancora molto vivace, con un bellissimo campo da tennis e un grande spazio dove si organizzano eventi culinari e culturali… cosa che avrei scoperto poco più tardi, scendendo fino in fondo al paese, dove finiscono (o iniziano, secondo da dove si arriva) le abitazioni. Intanto, da un’altra finestra esce odore di caffè appena fatto e la voce di una persona che parla al vicino di casa seduto in terrazza. Io ormai ho lasciato la piazzetta per esplorare altre vie… che leggo chiamarsi tutte allo stesso modo: Via di Castagno. Mi siedo per qualche minuto su una panchina in legno, sotto un piccolo pergolato d’uva acerba. Il gatto socievole è ancora con me. Riprendo a vagare e, appena superata la casa che un tempo, come spiega la piccola insegna, era la scuola del paese, mi sorprendono due persone sedute a un tavolino da bar immaginario. Anche se vedo solo i loro piedi incrociati, distinguendo l’uomo dalla donna per le scarpe, ho l’impressione che stiano lì a guardarsi e parlarsi da ore: la ‘Sosta’ è la scultura di Enrico Bandelli che noti solo se mentre cammini guardi bene dove metti i piedi (cosa molto importante da fare in vicoli come questo, per evitare d’inciampare su qualche saggia pietra). Poco più avanti, sulla mia sinistra si apre uno scorcio bellissimo: non troppo lontano, in mezzo ai monti, si svela con la sua solida eleganza il viadotto di Piteccio, dove dall’Ottocento passa il treno che da Pistoia per Porretta arriva a Bologna, fermandosi anche qui, a Castagno. Qui dove una volta mi son fermata pure io. E dove poi sono tornata e ritornata fino a non contare più le volte, perché quando capita che t’innamori di un luogo, tu inizi ad appartenergli e a sentire che è anche un po’ tuo. Ormai lo sanno tutti, lo hanno capito persino i funghi nel bosco che ti abbraccia: ti adoro mio borgo museo. www.castagnodipiteccio.it • @castagnopit • #BorgoMuseo

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