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Museo Civico di Storia Naturale, Milano
eloisa franchi
3 Dicembre 2019
There's a line that goes all the way from my childhood to you
“Rientra nei luoghi comuni il dire che i musei naturalistici siano sorti nei secoli sedicesimo e diciassettesimo come raccolte disorganiche e casuali di oggetti aventi il solo scopo di suscitare meraviglia nel visitatore” Wonderkammer, posti di meraviglie, luoghi iconici. Potrebbero essere i più noiosi – cosa c’è di divertente in immagini statiche di animali imbalsamati, rocce e insetti secchi? E invece, i Musei di Storia Naturale sono tra quelli che più di tutti accendono l’immaginario – dove puoi continuare a stupirti, a reiterare la meraviglia, o a ricominciare sempre da capo a sorprenderti. Qualche esempio? L’American Museum di Natural History di New York – a Holden piaceva, quel maledetto museo pieno di bacheche, con dentro cervi che si abbeveravano alle fonti, e uccelli che migravano verso il sud per l’inverno, e esquimesi a pescare sempre i soliti due pesci. Un luogo dove potevi andare cento volte e nessuno era mai diverso - l’unico a essere diverso eri tu. E sono quelle bacheche – e quella infantile, sempre nuova meraviglia – che Todd Haynes filma in Wonderstruck – è il 1927 o il 1997. Ross ci lavora, al museo sulla Central Park West, nelle prime serie di Friends, paleontologo come Cary Grant - David Huxley, sempre alla ricerca della clavicola intercostale del brontosauro in Susanna!. E se decidi di passare una notte al museo, la passi qui, magari di fianco al diorama del calamaro e della balena, ci arrivi correndo – scappando- come Walt Berkman, tra gli Sha la la e gli archi di Street Hassle, Lou Reed che canta. A Londra il National History Museum ti si para davanti mastodontico, con la sua facciata a piastrelle di terracotta. C’è la statua di Charles Darwin, le sue collezioni, la BBC ci gira le trasmissioni di Sir David Attenborough. Ma soprattutto c’era Dippy, il meraviglioso scheletro di diplodoco (chi non ha visto Piedino di Alla ricerca della Valle Incantata?) – ho già detto meraviglia infantile?. Adesso l’hanno tolto, ci hanno messo il grande scheletro di una balena azzurra. Quando entri al Jardin de Plantes del Muséum national d'histoire naturelle ti dimentichi di essere a Parigi, potresti essere in una giungla, in una foresta, deve averlo pensato anche Henri Rousseau, basta guardare La Charmeuse de serpents ». E lo pterodattilo, lo pterodattilo che insegue Alice Blanc Sec per i tetti della Ville Lumiere, nei fumetti e nel film di Luc Besson. Anche qui c’è uno scheletro di una balena, lo stesso che Ralph Waldo Emerson ha descritto nella sua conferenza di Boston sulla storia naturale nel 1830. E poi il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, con… no, il Museo Civico di Storia Naturale non si può definire “luogo iconico”. Non ha film che lo raccontino, romanzi che lo celebrino, non è il museo preferito dai milanesi, non espone grandi nomi, non ci si fanno le grandi mostre, non ha un bar cinematografico come Fondazione Prada (ma dove si nascondono Margot e Richie Tenenbaum? Esatto…). E’ un museo vecchio e polveroso, diorami e raccolte, e, come tutti i musei di storia naturale, almeno un dinosauro e una balena. Una sorta di negozio di improbabile chincaglieria scientifica, l’equivalente della vecchia merceria di piazza Argentina: fa colore, è bello, ma ti deve piacere il genere. Non c’è posto, nella città in cui sono nata, che preferisca di più. “Il palazzo del Museo, costruito appositamente, soprattutto per la volontà dell’abate Antonio Stoppani, su progetto dell’arch. Giovanni Cerutti, fu inaugurato nel corpo centrale e nell’ala sudoccindentale il 18 aprile 1892. L’esterno presenta motivi architettonici e neogotici, arricchiti nel caldo colore dei rilievi di cotto… Si accede all’Instituto dai vari ingressi dei Giardini”. I Giardini sono quelli di Porta Venezia, Milano pieno centro, zona di gallerie, banche, vita notturna. L’entrata più vicina è quella della metro Palestro. Di fianco c’è il Planetario Ulrico Hoepli, dietro le giostre, davanti un ufficio delle Poste. Civico Museo di Storia Naturale, c’è scritto in grande, in, appunto, cotto, copia del cotto del museo londinese. Peccato che la scritta si faccia prendere davvero poco sul serio, con quei caratteri gotici che si possono trovare solo in Games of Thrones, sulle copertine dei dischi dei Metallica, o sulla tomba di Borges nel cimitero di Ginevra. Il Civico Museo è un rettangolone pesante, tra gli alberi dei Giardini, le facciate finemente decorate di Corso Venezia. Non ha la grazia degli edifici vicini, l’eleganza del Museo di Arte Moderna dall’altra parte della strada. “Anche se ciò fosse vero e si tenesse quindi in discredito la curiosità umana, madre di ogni sapere, si dovrebbe comunque prendere atto degli enormi progressi fatti dalle scienze naturali, e non solo da quelle, proprio per l’esistenza dei musei nella loro costante e insostituibile funzione di servizio scientifico culturale” Credo di essere entrata per la prima volta al Museo Civico di Storia Naturale a tre anni. I miei genitori, figli di quelle normalissime e modestissime famiglie lombarde di minuscoli commercianti, sarte e falegnami che vedevano ancora nell’istruzione una chiave di volta, a loro volta, giovanissimi sposi con modestissime possibilità, e convinti che la curiosità umana fosse la madre di ogni sapere, appunto, sfruttavano ogni opportunità per esporre i lori 4 figli – o almeno, io e mia sorella, le uniche presenti ai tempi- a qualsiasi prodotto culturale, che fosse, possibilmente, gratis. Concerti, biblioteche, film, tutti i musei di Milano e delle provincie limitrofe, uscite al Parco Pineta ad imparare i nomi delle piante. Mia madre faceva – fa, tuttora- la maestra alle scuole elementari, con una passione che raramente ho visto, e credo abbia un rapporto privilegiato con l’Associazione Didattica Museale, visto che ha portato le sue classi a qualsiasi possibile galleria, laboratorio, attività per conoscere l’arte, la storia, la scienza coi ragazzi esistente sul territorio provinciale. E a ognuna di queste visite, io, la figlia maggiore, ero sempre l’ospite aggiunto. Vuoi perché spesso non c’era nessuno a cui lasciarmi, vuoi per la possibilità di una visita guidata, vuoi perché cosa fai fare a una bambina a cui la sera sfogli il Rainbow Book of People and Places e che si è fatta regalare un microscopio a 6 anni? Via, con gli altri alunni, la figlia della maestra è sempre quella in fondo, la zazzera rossa coi pantaloni di velluto imbambolata davanti alla vetrina 5, “Campioni eccezionali”, sala 2, minerali. La guida una volta ci aveva raccontato che i minerali scorrevano nella terra come rami degli alberi, come i vasi del nostro corpo: vene, le chiamano, dopotutto, i filoni minerari che inseguono i minatori. Ne ero rimasta affascinata. Avrei scoperto poi che è una suggestione dai testi di Plinio, dalla Naturalis HIstorie, vene e fibre preziose che attraversano la terra come i vasi sanguigni di un grosso animali. Il metallo e la pietra come materia quasi vivente, derive dell’organico, mica per altro venivano usati per preservare dalle malattie, per guarire, bastava il contatto, quasi sacro. Come potrebbe essere diversamente, guarda quelle agate azzurre, vengono dal Brasile e sembrano più sante che molte reliquie. E poi fluoriti, amazzoniti, il granato fantasma. La fine delle visite era sempre identica, un giro alla libreria (e gli unici regali che mi venivano concessi, in una famiglia in cui il superfluo era da evitare, uno di quei libri tascabili che insegnavano a riconoscere fiori e piante montani, uccelli della costa, pietre delle dolomiti) e un panino seduti sulle panchine davanti all’entrata, sfogliando quello stesso nuovo volume. Ma le volte migliori erano quelle in cui Madre ci accompagnava sola, senza le sue classi, solo io e i miei fratelli, solo per noi. Fermarci davanti a ogni diorama tutto il tempo che volevamo. Fare tutte le domande, ricevere le risposte. Lei le aveva sempre, tutte. Alla fine della visita, rito famigliare, tè e un dolce. “Sarà lecito al cronista di arte moderna entrare nelle sale di paleontologia e prendere in considerazione il nuovo, ciclopico ritratto in grandezza naturale (8 m di lunghezza, 3 m di altezza), del triceratopo, vissuto in una savana del Nord America settanta milioni di anni fa? Dopo tutto nelle gallerie di oggi non si vedono esposti pappagalli, cavalli, polli e persino volgarissime mosche domestiche? Un bel dinosauro del Cretacico superiore non è più affascinante? Tanto più che lo scultore, Luciano Menghi, prima di mettersi all’opera ha studiato il modello per mesi e mesi, immedesimandosi diremo così nella situazione ecologica e perfino psicologica del soggetto, cosicché il mostro, per quanto greve costituzionalmente, non appare rigido e stramorto, come di solito gli animali imbalsamati, ma sembra muoversi verso l’uscita e nell’incesso del suo grandioso mento urta qua e là nella sabbia lordandosi, le pieghe della sua spaventosa pellaccia si arricciano o si stirano con verità impressionante. E in fondo non ci stupirebbe se lo vedessimo irrompere in via Palestro e con i suoi favolosi corni abbattere una vettura dell’Azienda Tranviaria Municipale”. “Buzzati ha scritto un racconto su questo dinosauro, non ci posso credere che non lo sai”. Non era un racconto, era un articolo per il Corriere della Sera, 11 novembre 1970, Buzzati ancora critico d’arte del giornale, ma poco importa. Doveva arrivare qualcuno che non era di Milano, non era della provincia, ma soprattutto: non era della famiglia, per farmelo scoprire. Non ero mai entrata al Museo con qualcuno che non fosse un famigliare stretto – Il Museo Civico di Storia Naturale è una questione molto privata, io e i miei fratelli e mia madre e mio padre. Nessun’altro ammesso, mai. Ma era un martedì pomeriggio di dicembre, uno di quei pomeriggi di dicembre milanesi umidissimi e freddi, mi ero trovata ad aspettare in Porta Venezia, la panchina davanti all’entrata del Museo era libera, la stessa in cui mi sedevo col pranzo al secco e Fiori d’Italia, mi sono seduta a leggere un libro nuovo, e il museo il martedì pomeriggio è aperto, e gratis. Esporsi alla cultura senza pagare, i miei sarebbero stati fieri. C’era anche una mostra temporanea, “Marzio Tamer, pittore per natura”, lo so perché tirando fuori il cappotto invernale, cercando in ogni tasca 10 centesimi per raggiungere il costo del caffè, ho trovato il biglietto quadrato dei musei milanesi. L’avevo messo nella tasca alta, quella che tengo sempre chiusa, c’è rimasto per anni, insieme a un biglietto della metropolitana. “Siamo qui, entriamo?”. Siamo qui, entriamo. La sala VI e la sala VII, Dinosauri, vengono dopo introduzione alla Paleontologia, sala IV, e Paleontologia, Sala V. Il triceratopo sembra occuparla quasi tutta, la stanza Vi, rialzato quasi su della sabbia con i suoi occhi gialli. E’ tra le pochissime ricostruzioni a grandezza naturale esistenti al mondo, dice la guida. Sembra, indiscutibilmente, vivo, dopo settanta milioni di anni, nelle sue dieci tonnellate. Le stanze successive sono tutte per insetti e altri invertebrati. Collezioni vecchio stampo, vetrine su vetrine con scatole piene di insetti, artropodi, molluschi, i tavolieri delle farfalle. E’ una delle parti che piu’ di tutte ti fa capire che è un museo nato nel 1800 e, in queste parti, poco rinnovato. Una merceria, i cervi volanti come bottoni. Messi cosi', sembrano la raccolta di un appassionato, o di un amico entomologo. Poi si sale al primo piano. Diorami. “La sala d’angolo espone sedici diorami, cioè piccole ambientazioni a sfondo pittorico, con vertebrati terrestri italiani. Si consiglia di osservarli, per una migliore visione, da una certa distanza” Un diorama è una ricostruzione a dimensione reale di un ambiente naturale. Si ricostruisce un ambiente lontano come autentico, perché il visitatore possa vederla come vicinissima, quasi entrarci dentro. Per fare un diorama al centro ci metti l’esemplare che ti interessa di più, che sia una persona o lo stambecco nel parco Naturale del Gran Paradiso, Sala II, parchi naturali italiani, e intorno il paesaggio. Creiamo chimerici diorami sempre, quando immaginiamo paesaggi che non conosciamo ma vorremmo osservare più spesso da vicino, ne ho creato uno davanti ai nuovi diorami sulle foreste tropicali. Alle scuole elementari volevo scappare e andare a vivere con gli Yanomami, mi accontento di mettere sotto teca una persona, una città che non esiste, un cane, un aereo, una balena. I vetri che proteggono i diorami sono inclinati – aiuta a dare l’impressione di profondità, a osservare meglio, se sei furbo, a prendere delle fortissime testate, nonostante l’avvertimento della guida e gli avvertimenti dei presenti (“attenta, che c’è il vetro”) se sei me. In un pomeriggio di dicembre ho preso a testate il vetro del diorama 3, L’orso bruno nel parco Nazionale di Abruzzo, perché volevo vedere da molto vicino il cucciolo. L’illusione di essere esattamente nel bosco, di poter toccare, avvicinare, osservare veramente quelle salme immobili, fa parte della magia. Al massimo, ti prendi una commozione cerebrale, o qualche presa in giro. Sempre se sei me. “Sala V. Mammiferi. Esposizione Generale. 2°. Al soffitto scheletro di balenottera. Campeggia in sospensione il grande scheletro di balenottera comune (Balaenoptera physalus) lungo m. 19.30” Il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, come ogni museo di storia naturale che si rispetti, ha la sua balena. Seconda solo al Triceratopo per numero di bambini che solitamente la circondano, pende dal soffitto come se nuotasse – ma non sono forse tutte esposte così, gli scheletri delle balene? Mi chiedo se non sarebbe più reale, più scientifico lasciarli a terra, come su una spiaggia. E’ sempre più comune che interi gruppi si arenino. Gli scienziati rimangono incerti su quanto fossero comuni gli spiaggiamenti di massa prima dell'antropocene, se li stiamo causando noi, e in che modo. “E’ un capodoglio?” “No, è una balena, sono animali diversi” Sono diversi i sottordini della classificazione linneiana: l’ordine è cetacei, la balenottera comune è sottordine Mysticeti, famiglia Balaenopteridae, il capodoglio sottordine Odontoceti, famiglia Physeteridae. “Ma è uno scheletro vero, o una riproduzione?” “Questo esemplare, colpito da una palla di cannone che ne sfondò la parte posteriore destra del cranio, andò ad arenarsi ad Alghero (Sardegna) nel 1855; fu donato al Museo nel 1866” Sulla spiaggia inglese di Skageness, nel 2016, sono arenate e morte 17 balene, o meglio: 17 capodogli (Physeter macrocephalus). Sulla pinna di uno di loro, qualcuno ha scritto: mans fault. Per tornare al piano terra bisogna scendere dallo scalone col busto dell’abate Stoppani, il Padre del Museo, un busto diverso ma uguale a quello che c’è sulla cima della Grigna piccola, di fianco al rifugio Rosalba, cima amata dal prete lecchese e da tutta la mia famiglia. Al Rifugio Rosalba fanno un’ottima crostata, dopotutto. Stoppani geografo, paleontologo, patriota, inventore del termine Bel Paese, che sia per l’Italia o per il formaggino (che riporta sulla carta, a farci caso, proprio una mappa fatta da Stoppani). Ecologista ante litteram, è stato uno dei primi a parlare di cambiamento climatico, di scioglimento dei ghiacci. Si racconta che durante la seduta reale dell'Accademia dei Lincei alla presenza del re Umberto I e della regina Margherita, lesse una nota Sull'attuale regresso dei ghiacciai nelle Alpi. Il re alla fine dell’esposizione si preoccupo’ molto del fenomeno che minacciava di “diseccare le Alpi”, che vedeva in presa diretta, facendo escursioni nell’Alto Piemonte. Ma Stoppani era si’ scienziato, ma anche chierico. “Lasci fare alla divina provvidenza, Maestà, a cui non mancano mai mezzi di compensazione”. La provvidenza, da queste parti, ancora non si è vista. Sono quasi le sei, Milano fuori scintilla nella pioggia, ci sono già le luci di Natale, io ho in borsa un regalo dall’estero che non ho ancora aperto, ma come, non vuoi sapere cos’è? Quando ci sediamo, abbiamo finito qui, e adesso? “E adesso, un tè e un dolce” “La cosa migliore di quel museo era però che tutto stava sempre allo stesso posto… Nessuno era mai diverso. L’unico a essere diverso eri tu”
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