Sparta e Atene. Il racconto di una guerra
2006
Alle 8 della sera n. 3
168 pagine
EAN 9788838920479
Formato e-book: epub
Protezione e-book: acs4
10,00 euro
6,99 euro

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02/09/2006 - 10:08

Le triremi di Atene

di Salvatore Santangelo
Le triremi di Atene di Salvatore Santangelo Sergio Valzania (che attualmente dirige i programmi radiofonici della Rai), ha da sempre una grande passione per la polemologia e per la storia militare; tra le sue opere ricordiamo infatti quelle dedicate a Napoleone (Austerlitz) e alla più famosa battaglia navale della I guerra mondiale (Jutland). La sua ultima fatica parla della guerra del Peloponneso: Sparta e Atene ? storia di una guerra (Sellerio). Dalle pagine del libro scopriamo che quando Pericle e la ?democrazia ateniese?, a capo della lega ionica, decisero di scatenare deliberatamente la guerra del Peloponneso, essi mascherarono il loro tentativo egemonico come la giusta reazione al militarismo spartano. Tucidide narra come: «Pericle, figlio di Santippe, che a quel tempo era il più influente cittadino di Atene, il più abile nel parlare e nell?agire, consigliò questa linea di condotta: io, o Ateniesi, sono sempre della medesima opinione, e cioè di non darla vinta ai Peloponnesiaci (?), bisogna in ogni modo rintuzzare i nemici e sforzarci di lasciare ai nostri figli un dominio non inferiore a quello che abbiamo ricevuto». In realtà con la sconfitta dei persiani a Salamina e Platea, gli spartani (che guidavano la coalizione greca) valutarono di aver esaurito la loro missione, mentre gli ateniesi ritennero che fosse necessario continuare la lotta contro i persiani, creando quello che fu poi definito l?impero ateniese: la lega di Delo. Di fronte a questo sistema dinamico ed espansivo, caratterizzato dal bisogno di allargarsi sempre più per mantenersi in vita, per conservare lo slancio, gli spartani erano da sempre stati restii a dar vita ad una politica imperialista verso gli altri popoli dell?Ellade, in quanto consapevoli che il loro perfetto assetto comunitario poteva esistere e resistere solo fino a quando non fossero mutate alcune precise ed imprescindibili condizioni; prima fra tutte, la necessità di evitare che i confini dello Stato superassero i limiti del loro spazio vitale. Sparta aveva raggiunto il suo punto di equilibrio intorno alla metà del VI secolo a.C. (quindi più di cento anni prima del conflitto con Atene), con la conquista della Messenia; con questi assoggettamenti, assicurandosi di fatto le risorse di cui avevano bisogno, gli spartani avevano creato uno spazio chiuso, bloccato, immobile e paradossalmente pacifista. Attraverso lo studio e l?analisi di alcuni episodi del confronto con Atene l?autore individua e risolve il paradosso spartano: il necessario pacifismo di una ristretta élite che passa la vita addestrandosi per guerre che non può permettersi di combattere. Siamo quindi di fronte ad un sistema fondato sulle alleanze e, per così dire, sulle deterrenze: la forza politica di Sparta si sarebbe basata sulla sua capacità di tenere insieme gli alleati e di imporre la propria idea di invincibilità sul campo, mentre la forza militare che poteva esprimere in termini puramente numerici era assai limitata. E soprattutto, questo sistema non aveva alcun interesse alla conquista di altri territori e all?espansione: gli spartani già avevano abbastanza problemi a controllare completamente tutto il sud del Peloponneso. Lo stesso Tucidide riconosce che la ragione della guerra sta proprio qui: il sistema spartano si basa sulla autorevolezza politica e militare, sul fatto che questa sia accettata dalle altre città del Peloponneso. Ma ad un certo punto gli spartani hanno paura della forza espansiva degli ateniesi e temono che l?equilibrio della propria architettura politica possa essere irrimediabilmente compromessa dalle ingerenze ateniesi. Proprio gli abitanti di Corinto, fedeli alleati di Sparta, e tra i primi ad essere minacciati dagli ateniesi (che denunciavano così la loro attività sfrenata, la loro insaziabile sete di potere e conquista, il loro desiderio di impossessarsi di ciò che è degli altri) incitano gli Spartani ad intervenire: «non potete pensare di rimanere fuori dalla storia, in questa sorta di paradiso che vi siete costruiti». Andrea Marcigliano, nel suo saggio Tra Clausewitz e Tucidide (pubblicato sull?ultimo numero di Officina), ha mostrato la grande attualità di questa vicenda storica per la sua influenza sulle riflessioni dei neocon sulla guerra: Irving Kristol plaude la lettura di Tucidide come fondamentale, e dipinge il parallelo tra l?Atene portatrice di democrazia del mondo antico e Washington. «Il testo preferito dai neoconservatori è La guerra del Peloponneso di Tucidide», ha scritto Kristol sul Weekly Standard, la rivista di riferimento dei neocon americani: il dialogo tra gli Ateniesi e i Meli nella Guerra del Peloponneso, citato da Kristol, viene considerato come un esempio classico del realismo politico contrapposto al prevalere del diritto sulla forza. Durante la lunga guerra tra Atene e Sparta (dal 431 al 404 a.C.), gli ateniesi si avvicinarono minacciosi a Melo, passata dalla parte spartana (Atene non poteva permettersi nessuna defezione, per non incrinare il proprio sistema di alleanze). Prima di cominciare la battaglia, proposero agli abitanti di Melo di arrendersi senza combattere, vista la schiacciante superiorità bellica ateniese. «Si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso i più forti esercitano il proprio potere e i più deboli si adattano», dicono gli ateniesi. La potenza, quindi, implica una logica ferrea, che non può essere elusa. I meli resistono per tutto un inverno, ma alla fine sono piegati dal blocco navale, allora Atene impone, con violenza assoluta, il suo potere: tutti i meli adulti, in età da portare le armi sono uccisi; le donne e i bambini venduti come schiavi. «Se possiedi quel tipo di potenza che noi abbiamo - commenta Kristol -, devi trovare le giuste opportunità per usarla, o il mondo le troverà per te». Anche per Robert Kaplan Tucidide è un maestro, assieme a Machiavelli, Burke, Gibbon, Kant, Tocqueville e altri filosofi e storici antichi ed emuli nel Novecento, come Kennan. Questi nomi dovrebbero essere parte dell?educazione della nuova classe politica americana. Per Kaplan non esiste un moderno o un postmoderno, ma un ?tempo-mondo? globale, cui i filosofi greci e romani con saggio pragmatismo saprebbero far fronte: « (?) come per gli antichi greci, il passato e il presente, in quanto visibili, sono ?davanti a noi?, mentre il futuro ?invisibile, è alle nostre spalle?. Il futuro della guerra è dietro di noi, in tempi antichi. E allo stesso modo, ce ne renderemo conto, nel futuro della global governance». I neocon hanno conosciuto Tucidide grazie ai loro maestri Leo Strauss e Donald Kagan, padre di Robert e Frederick. In particolare, la bibliografia di Kagan sull?argomento è sterminata, ed è culminata nella fondamentale monografia The Peloponnesian War pubblicata nel 2001, proprio all?alba di questa nuova stagione di crisi internazionali e di guerre. Anche Donald Kagan afferma che questa guerra viene scatenata proprio dalla democrazia ateniese, con il suo ingerire nelle vicende interne tra la città di Corinto - alleata degli spartani - e la sua ribelle colonia di Corcyra. Ora Donald Kagan non nasconde, certo, che la Guerra del Peloponneso tucididea racconti - anche e, forse, soprattutto - la rovina di Atene, abbandonata dai suoi Dei e condannata ad un inarrestabile declino. Una rovina cui non fu estranea l?azione dei demagoghi, che la spinsero al conflitto con Sparta. E tuttavia lo studio del classico greco, lo studio della politica e della strategia ateniese nel conflitto peloponnesiaco permettono di derivare alcune conclusioni che non sono certo estranee al pensiero politico degli odierni neocon. In primo luogo il fatto che la rovina di Atene iniziò soltanto dopo la scomparsa di Pericle: ovvero dopo la scomparsa del grande leader democratico che aveva saputo dare senso e direzione politica all?imperialismo ed all?interventismo ateniese. La causa della rovina e della sconfitta finale nella guerra con Sparta, non fu dunque dovuta all?intervento militare in se stesso, bensì alla perdita del senso politico della guerra a causa dell?inettitudine dei demagoghi succeduti a Pericle. Il traslato con la situazione contemporanea e, soprattutto, con la concezione della guerra secondo il pensiero dei neocon, appare fin troppo ovvio. Le guerre si fanno per fini politici; ed il fine politico dell?America è esportare e diffondere il modello democratico. Per far questo essa deve procedere nella direzione del regime change, scalzando regimi e governi ostili e/o potenzialmente pericolosi per la sicurezza mondiale, che si riflette, inevitabilmente, sulla sicurezza interna degli stessi Usa. Ma il regime change richiede un processo di nation building, di costruzione di istituzioni democratiche ove queste prima non erano. E, soprattutto, di individuazione e formazione di una classe dirigente ?democratica? e ?amica? degli Stati Uniti. Quest?opera di regime change e nation building può talvolta necessitare dell?appoggio delle armi, dell?uso della forza e della guerra che, però, non deve mai essere fine a se stessa. Altrimenti rischia di sortire l?effetto contrario, di indurre il caos ove si pensava di portare un nuovo ordine. Victor Davis Hanson, storico militare e Senior Fellow alla Hoover Institution, porta questo parallelo ancora oltre: «La guerra del Peloponneso ci deve anche ricordare che non sempre lo Stato più ricco, democratico e sofisticato trionfa su nemici meno potenti. Dopo tutto Atene, nonostante la sua superiorità, alla fine perse la guerra. E, come dice Tucidide parlando degli errori, dell?arroganza e del declino di quell?impero democratico, le ragioni risiedono più nelle sue lotte e discordie intestine che nel valore militare dei suoi molti nemici».
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